Elezioni in Egitto

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Sullo sfondo di gravi tensioni politiche, si è concluso domenica 17 giugno il secondo turno delle elezioni presidenziali in Egitto, turno che opponeva il candidato dei Fratelli Musulmani, Mohamed Morsi, arrivato in testa al primo turno, ad Ahmed Shafiq, ex Primo Ministro di Hosni Mubarak. Tensioni politiche che hanno raggiunto i massimi livelli nei giorni precedenti le elezioni e che hanno gettato ombre più che inquietanti su una possibile fase di transizione democratica nel Paese.

Ad accendere la piazza, in un primo momento, la condanna all’ergastolo dell’ex Presidente Mubarak e l’assoluzione dei suoi due figli. Una sentenza che aveva riportato in Piazza Tahir numerosi manifestanti che avrebbero voluto una sentenza ben più severa e che segnasse in modo inequivocabile anche la condanna del passato regime. Ma le fonti di preoccupazione e di forti tensioni politiche si sono manifestate in tutta la loro gravità a pochi giorni dal secondo turno elettorale con due sentenze a dir poco preoccupanti dell’Alta Corte costituzionale.

La prima sentenza ha invalidato un terzo dei risultati delle elezioni legislative che si erano tenute tra il  novembre e il febbraio scorso, dichiarando in tal modo il Parlamento incostituzionale e sciogliendolo di fatto. Le elezioni legislative, le prime libere dopo il trentennale regime di Mubarak, erano state segnate da una grande vittoria degli islamisti, assegnando circa la metà dei seggi ai Fratelli Musulmani e un quarto ai fondamentalisti salafiti. Ma la sentenza ha avuto un altro effetto, quello di sopprimere anche l’Assemblea costituente appena eletta dal Parlamento stesso, rimandando quindi a nuove elezioni legislative anche la scrittura della Costituzione. Questa situazione ha aperto pericolosamente la porta al Consiglio supremo delle Forze Armate, oggi al potere e incaricato della transizione, per riprendere in mano il potere legislativo.

Una seconda sentenza della Corte, sempre pronunciata due giorni prima del secondo turno elettorale, ha respinto la legge adottata nello scorso aprile dal Parlamento che impediva ad alti dirigenti del vecchio regime di candidarsi alle elezioni. Una sentenza che ha convalidato e legittimato la candidatura di Ahmed Shafik, più che rappresentante del vecchio regime e oggi considerato vicino ai militari, il quale, sebbene ammesso al primo turno delle presidenziali, era ancora in attesa di questa sentenza definitiva della Corte costituzionale.

Ed infine, ad aggiungere inquietudine, è giunta la decisione del Governo di autorizzare la polizia militare ad arrestare civili, un provvedimento che era stato sospeso dal 31 maggio con la fine dello stato di emergenza.

È in questo clima politico che si sono svolte quindi le elezioni presidenziali, di cui ancora non si conoscono i risultati ufficiali e dove ambedue i candidati rivendicano la vittoria: quasi un braccio di ferro fra il ritorno al passato, un consolidamento del potere militare, un’avanzata degli islamisti e poche prospettive di Istituzioni civili e democraticamente elette. Il nuovo Presidente, qualunque esso sia, avrà in ogni caso margini di manovra ridotti e si insedierà senza un Parlamento e senza una Costituzione.

Una situazione ben lontana dagli ideali che avevano generato la Primavera araba e che non promette certamente giorni di rassegnazione e tranquillità.

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