Elezioni europee 2024, prime scaramucce

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È normale in democrazia che le elezioni accendano la competizione politica, un po’ meno che questo avvenga con così grande anticipo, in particolare trattandosi di elezioni del Parlamento europeo, in programma fra un anno, nel giugno del 2024.

Ci fu un tempo in cui il Parlamento europeo non si formava a partire da elezioni dirette dei cittadini ma attraverso una selezione di rappresentanti  provenienti dai Parlamenti nazionali. Dal 1979 il Parlamento europeo è eletto direttamente dai cittadini, ad oggi ancora su liste nazionali, in un quadro di poteri crescenti dell’Assemblea di Strasburgo. 

Si tratta di due elementi che hanno dato al Parlamento maggiore visibilità e, seppure in misura diseguale, hanno incoraggiato la partecipazione popolare al voto, anche perché dall’esito di questo dipendono le designazioni del massimi vertici delle Istituzioni UE, dalla Presidenza del Parlamento a quella della Commissione europea e del Consiglio europeo dei Capi di Stato e governo, ma con l’esclusione della Presidenza della Banca centrale europea il cui mandato dura sette anni, a scavalco della durata della legislatura quinquennale del Parlamento.

Molto spesso le campagne elettorali per le elezioni europee hanno fatto prevalere la dimensione nazionale della competizione su quella europea, con il risultato di una composizione più o meno riuscita di programmi locali rispetto all’esigenza di confrontarsi sul progetto europeo. Qualcosa è cambiato nel tempo, con una crescita della dimensione comunitaria nel confronto politico senza tuttavia liberarlo da residui di visioni “provinciali”, cui sono particolarmente sensibili i partiti a livello nazionale, ma dovendo tuttavia tenere conto della composizione delle alleanze tra grandi famiglie politiche europee nell’Assemblea di Strasburgo.

È in questo quadro che si inseriscono le prime scaramucce in corso tra le diverse forze politiche presenti nell’Unione, come nel caso recente delle tensioni in corso con il governo italiano da parte dei partiti della maggioranza al governo in Francia e dei socialisti in Spagna. 

Con la Francia il contenzioso aspro di questi giorni verte su un tema pertinente e condivisibile, quello del governo dei flussi migratori, giudicato inefficace da parte del governo italiano, con ricadute non indifferenti oltre i nostri confini. Da parte della Spagna l’accusa, non infondata ma poco condivisibile, visto il tema e le improbabili ricadute esterne, riguardava le recenti modifiche alle regole del mercato del lavoro del governo italiano ritenute all’origine di “contratti spazzatura”.

Questi interventi sono stati giudicati da molti “invasioni di campo”: certamente da parte del nostro governo “orgogliosamente sovrano”, ma anche da parte dell’opposizione che vi ha letto un’imbarazzante supplenza a loro mancate iniziative. 

Più serenamente possiamo dire che questi temi – e quello dei migranti in particolare – ci interessano tutti insieme come cittadini europei, perché sono sfide all’Unione tutta intera. E non vorremmo che questi interventi fossero solo pretesti per posizionarsi in vista di future alleanze europee, con l’obiettivo di qualcuno di rompere a Strasburgo l’attuale maggioranza europeista, quella chiamata “maggioranza Ursula”, impegnata in favore di un rafforzamento del processo di integrazione europea per sostituirla con un’alleanza di forze sovraniste di “patrioti”, orientate a riassorbire politiche comunitarie a livello nazionale, ma certamente senza ampliarle su temi – come quello fiscale ed economico – a livello europeo.

Da questo punto di vista, le prossime elezioni europee saranno l’occasione per affrontare un bivio storico per l’Europa e per l’Italia: andare avanti progressivamente verso una “sovranità europea” o rassegnarsi a tornare indietro verso le vecchie sovranità nazionali del tutto inadeguate ad affrontare le sfide del momento, come quella della guerra, dove l’UE soltanto è in grado di mostrare un’efficace  solidarietà all’Ucraina a difesa dei nostri valori fondativi e della pace.

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