E la Francia in Europa?

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Da sempre si denunciano le resistenze della Gran Bretagna al cammino dell’integrazione europea, da qualche tempo si è puntato il dito contro l’Italia venuta meno al suo impegno di Paese fondatore dell’UE, in questi ultimi mesi il dito accusatore si è puntato, non senza ragione, sull’ostinazione rigorista della Germania, che rischia di mettere gravemente in crisi la fragile coesione raggiunta tra i 27 Paesi europei.

Tutti questi “processi” hanno finito per occultare il ruolo svolto, nel bene e nel male, dalla Francia in questi sessant’anni di comune avventura europea. Adesso che la Francia ha compiuto una svolta politica importante, con possibili ricadute significative sul futuro dell’UE, e che il primo turno delle elezioni politiche sembra confermare la svolta presidenziale, vale la pena puntare i riflettori sul ruolo passato e futuro della Francia in Europa.

Nel passato la Francia, uno dei sei Paesi fondatori, ha sicuramente dato un contributo importante alla costruzione dell’Europa del dopo-guerra, in coppia con la Germania, con le note resistenze di De Gaulle all’adesione della Gran Bretagna e con una costante linea di difesa della sovranità francese e l’ambizione addirittura di “affermarsi come la prima tra i sei” Paesi fondatori, secondo le parole di De Gaulle.

La “sovranità”, insieme con la “grandeur” resta ancora oggi il nervo scoperto della cultura politica francese nel cantiere della costruzione europea. Nel 2005 si tradusse con il “no” al progetto di Costituzione per l’Europa, qualche anno dopo con una sofferta ratifica del Trattato di Lisbona. E’ singolare che oggi a guidare la politica estera ed europea della Francia, siano due ministri sostenitori del “no” al progetto di Costituzione e, nel caso del secondo, anche contrario al Trattato di Lisbona. Poiché è improbabile che il Presidente Hollande abbia dimenticato questi precedenti al momento della nomina, è difficile non avere qualche cattivo pensiero, anche se pensare male è peccato, compreso anche quando si indovina.

Nelle tensioni in corso tra Hollande e Monti da una parte e la Merkel dall’altra, sarà interessante capire come si posizioneranno sul tema dell’integrazione politica i massimi responsabili dei tre principali Paesi dell’eurozona, cui è riservata la prospettiva di un’auspicabile unione politica.

La Merkel su questo è stata chiara: sì all’integrazione politica da raggiungere progressivamente – e si spera rapidamente – una volta ristabilito il rigore dei bilanci nazionali, anche a costo di farlo solo “con chi ci sta”. Monti non può che condividere questa opzione e fare per questo i “compiti a casa” richiesti, se la litigiosità della politica italiana gliene lascerà il tempo.

E Hollande? Come comporrà il suo dichiarato protagonismo europeo con il primo articolo della Costituzione della Francia – e della sua radicata cultura politica – con il mito, ormai logoro, della sovranità nazionale? La Merkel lo sta sfidando su questo terreno, con ben altra forza economica e politica che non quella di una Francia in declino e a tratti velleitaria, percorsa da forti correnti populiste quando non nazionaliste e razziste. Non sono più i tempi di un equilibrato asse franco-tedesco a cui l’UE di oggi deve ancora molto. La Germania, forte per popolazione e economia, è tentata da un ruolo egemonico nella prospettata avanguardia europea verso l’unione politica; la Francia non ha i numeri per resistervi ma non può e non deve rinunciare ad essere della partita. Un’Italia più in salute e con una politica rigenerata potrebbe ricavarsi tra i due “litiganti” un ruolo importante. Purtroppo la svolta la coglie impreparata ed è improbabile che basti il suo leggendario “stellone” a fare il miracolo.

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