E adesso per l’UE la guerra più difficile

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L’invasione della Russia in Ucraina sta precipitando l’Unione Europea in un’economia di guerra, non combattuta direttamente per ora con un intervento militare, ma con l’arma delle sanzioni cui la Russia risponde con il ricatto per l’approvvigionamento del gas.

L’UE è ad un bivio: mantenere la pressione su Mosca, anche accrescendo le sanzioni o con misure dall’effetto equivalente se non maggiore o prepararsi a rafforzare il suo intervento militare d’intesa con gli alleati, con il rischio di fare esplodere un conflitto dagli esiti nemmeno tanto imprevedibili.

Nella speranza che questa seconda opzione non venga attivata, le sanzioni o misure analoghe dovranno rimanere e probabilmente essere rafforzate, in particolare a proposito dell’approvvigionamento futuro di gas. 

Si tratta in questo caso di interventi pesanti, tanto per quanto riguarda la disgiunzione tra il costo del gas e quello dell’elettricità, per ridurre quest’ultimo e incrementare la produzione di energie alternative, quanto per la fissazione di un “tetto europeo” al costo del gas, con l’obiettivo di raffreddare le speculazioni dei mercati e stringere il nodo attorno all’economia russa, riducendone al più presto le capacità di spesa militare sul teatro europeo e indebolendo nel tempo il regime politico russo. 

Il discorso di Ursula von der Leyen sullo “Stato dell’Unione” ha rassicurato su alcune proposte ormai pronte, senza tuttavia anticipare con chiarezza quale sarà l’esito, in tempi brevi, del confronto in corso tra i  Ventisette su “tetto europeo” del costo del gas. 

Questa in sintesi la difficile decisione cui è chiamata l’UE, confrontata a una procedura decisionale complessa che, almeno in parte ne spiega i ritardi, prevalentemente da imputare a importanti divergenze di interessi tra i Paesi UE, cui contribuisce sempre attivamente l’ostruzionismo di Orban, non certo un amico dell’Unione e dell’Italia.

Ma un’altra anche più difficile strada sono chiamati ad imboccare senza tardare i cittadini europei: quella di capire che, come ha coraggiosamente ricordato il presidente francese, Emmanuel Macron, abbiamo ormai alle spalle “un’epoca di abbondanza” ed entriamo in una fase di revisione radicale dell’economia globale, con pesanti ricadute sulla consolidata abitudine per molti – ma non per tutti – di beneficiare di consumi in continua crescita a fronte della parallela crescita di bisogni non necessariamente indispensabili. Volgarmente detto, con la recessione che manda i primi segnali, si tratta di tirare tutti la cinghia: di più chi ha una circonferenza più larga, poco o niente quelli che, ormai senza pantaloni, della cinghia non hanno nemmeno bisogno. 

E non lo chiede l’Europa, ma prima di tutto lo chiede un pianeta ormai esausto e un mondo ferito da disuguaglianze inaccettabili, minacciato all’orizzonte da turbolenze sociali e da conflitti difficili da governare.

Stanno entrando in vigore nei prossimi giorni, a Bruxelles, Roma, Parigi, Berlino e non solo, misure severe sul risparmio dei consumi energetici. Non sarà facile riemergere da abitudini consolidate negli “anni dell’abbondanza” e ritrovare la saggezza, in parte obbligata, dei nostri vecchi a cui dobbiamo la ricostruzione dell’Europa e dell’Italia. Siamo alla vigilia di un parziale smantellamento della nostra economia, con il rischio che si smantelli anche il sistema di protezione sociale, come sembrano orientati altri Paesi con governi di destra, dal Regno Unito alla Svezia.

Tra i tanti vademecum che ci verranno proposti per la riduzione dei consumi, ve n’è uno radicale e insieme rispettoso della complessità della nuova epoca che viviamo, esiste da tempo al punto che qualcuno lo ha già dimenticato: è l’enciclica “Laudato sì” di papa Francesco, un’arma per costruire pace e giustizia per tutti.

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