E adesso chi dovrà preoccuparsi: l’Italia o l’Europa?

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Prima del voto un importante settimanale economico inglese, riferendosi alla futura politica italiana, aveva in copertina una domanda: “L’Europa deve preoccuparsi?”. In attesa che da oltre Manica – e dal resto dell’Europa – venga una risposta, qualcosa si può già dire adesso. Magari cominciando con fare il punto sulle preoccupazioni degli italiani, alle prese con una congiuntura politica difficile,  intrecciata ad una crisi economica che manda già segnali di recessione, mentre viviamo con il fiato sospeso dopo le minacce della Russia di ricorrere all’arma nucleare nel conflitto in corso con l’Ucraina, invasa il 24 febbraio scorso.

Le preoccupazioni degli italiani si concentrano sul versante economico, dall’inflazione che fa esplodere il costo della vita alla riduzione dell’energia disponibile per famiglie e imprese, come ci ricordano sistematicamente le bollette del gas e dell’elettricità. Ne conseguono fondati timori sul futuro del lavoro, già ipotecato da molte crisi aziendali che, dicono gli analisti, sono appena un primo avvertimento. Non stupirà se l’autunno fosse percorso da importanti proteste, a fronte anche di un previsto incremento della povertà.

Naturalmente l’attenzione degli italiani si concentrerà sulla capacità del futuro governo di affrontare con competenza e tempestività le emergenze, per poi rimettere in piedi un’economia da tempo malata e adesso in forte sofferenza sotto i colpi prima del Covid e subito dopo della guerra, il tutto funestato da una crisi di governo di cui non avevamo bisogno. Saranno in molti a guardare con fiducia al Presidente della Repubblica, garante della nostra collocazione internazionale; probabilmente guarderanno con minore fiducia alle forze politiche reduci da una campagna elettorale confusa e contraddittoria.

Prima di tutto questo cercheranno di capire a Bruxelles – e a Francoforte, sede della Banca centrale europea – e nelle capitali dei Paesi UE. Quello che dovranno valutare non sarà soltanto l’esito di un voto sovrano, doverosamente da rispettare, ma molto di più il comportamento della nuova maggioranza e la sua capacità di formare un governo coeso e stabile, in grado di dare garanzie di affidabilità ai responsabili,  anch’essi democraticamente designati, delle Istituzioni comunitarie.

Anche in politica, come nella vita in comunità, vale la regola della saggezza latina dei “pacta sunt servanda”: il rispetto degli accordi liberamente sottoscritti, come nel caso dei Trattati europei, tradotti da decenni nella normativa comunitaria, quella disinvoltamente calpestata da Orban, senza che due componenti della nuova maggioranza abbiano trovato niente da dire nel voto al Parlamento europeo.

Non stupisce poi che l’Unione Europea sia anche preoccupata per il proprio futuro qualora il nuovo governo italiano si discostasse dalla sua tradizionale alleanza con le democrazie occidentali e contribuisse a rafforzare nell’UE quanti privilegiano i propri interessi a scapito dell’interesse comune, come sta pericolosamente avvenendo sul fronte energetico.

Una preoccupazione supplementare per l’UE potrebbe manifestarsi nella futura gestione del “Piano nazionale di ripresa e resilienza” (PNRR), se non venissero rispettati i vincoli liberamente convenuti, non solo per la realizzazione degli investimenti previsti ma anche per le importanti riforme in cantiere. 

Qui la preoccupazione riguarderebbe non solo l’Italia, ma anche il bilancio comunitario che al PNRR italiano ha destinato quasi 200 miliardi di euro, ricavati da un debito comune europeo da onorare nelle modalità previste, anche per non rilanciare la tradizionale diffidenza dei nostri partner verso un Paese che vede crescere incessantemente il proprio debito pubblico, una minaccia per la stabilità finanziaria di tutta l’Unione.

Almeno in una cosa convergono Italia e UE: in una grande preoccupazione per il futuro di entrambe.

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