Draghi, un prudente riformista europeo

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Al netto della concitazione mediatica e dei commenti generalmente ossequiosi che si sono moltiplicati un po’ ovunque  – nel silenzio prudente della politica italiana consapevole dei propri limiti – è segno di rispetto per un protagonista della politica europea, come Mario Draghi, temperare i toni e riflettere sulle parole pronunciate recentemente a proposito dell’Unione Europea.

Senza dimenticare che Draghi è stato presidente della Banca centrale europea (BCE) dal 2011 al 2019, in una prima fase di gestione molto contestata della crisi finanziaria (ne sa qualcosa la Grecia) e poi, in anni più recenti, protagonista di una svolta di sapore federale nella più recente politica monetaria UE, con i positivi risultati che sappiamo e per la buona eredità lasciata a chi gli è succeduto. Sono stati anni non proprio tranquilli, né nelle Istituzioni UE e nemmeno all’interno della BCE, dove il suo Presidente aveva avversari potenti, affiancati da una occhiuta Corte di Karlsruhe che ha tentato fino all’ultimo di contrastarne le politiche espansive, invano da Draghi ripetutamente sollecitate ai governi nazionali.

Invitato il 19 luglio alla tribuna del Meeting di Rimini, “Super-Mario” ha messo il suo prestigio a servizio di alcune raccomandazioni che ne confermano il profilo di prudente, ma anche coraggioso, riformista europeo, non certo di un rivoluzionario rispetto all’impianto del sistema finanziario mondiale, nonostante gli appelli all’etica anche per questo delicato settore.

Sul futuro dell’Europa Draghi è stato sobrio, ma ha con discrezione messo il dito su alcune piaghe dell’Unione, da lui sperimentate da vicino, senza essere riuscito più di tanto a sanarle. Giudizio che risulta chiaro dalle sue parole quando ricorda che “Dopo decenni che hanno visto nelle decisioni europee il prevalere della volontà dei governi, il cosiddetto metodo intergovernativo, la Commissione è ritornata al centro dell’azione” con i risultati positivi raggiunti nel Consiglio europeo di luglio. “Ma non dobbiamo dimenticare – continua Draghi – le circostanze che sono state all’origine di questo passo avanti dell’Europa: la solidarietà sarebbe dovuta essere spontanea, è stata frutto di negoziati”.

Considerazioni non banali, anche se non nuove, che inducono Draghi a constatare che “da questa crisi l’Europa può uscire rafforzata…Il fondo per la generazione futura, il NextGenerationEU arricchisce gli strumenti della politica europea. Il riconoscimento del ruolo che un bilancio europeo può avere nello stabilizzare le nostre economie, l’inizio di emissioni di debito comune, sono importanti e possono diventare il principio di un disegno che porterà a un ministero del Tesoro comunitario”.

A ben vedere quasi un promemoria di ispirazione federale per il futuro dell’assetto istituzionale dell’Unione Europea che, in autunno, aprirà il laboratorio della “Conferenza per il futuro dell’Europa” sapendo, come ricorda Draghi, che “E’ nella natura del progetto europeo evolversi gradualmente e prevedibilmente, con la creazione di nuove regole e di nuove istituzioni”.

Dopo la pandemia da Covid-19 a quei due avverbi – “ gradualmente e prevedibilmente” – sarebbe bene aggiungerne un terzo, come “rapidamente”, se è vero, come conclude Draghi, che “Questo è tempo di incertezza, di ansia, ma anche di riflessione, di azione comune”

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