Difesa comune europea, o cara…

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Si potrebbe cominciare dai conflitti armati, in corso o latenti, per considerare banale avvertire l’esigenza di una capacità di difesa e sicurezza per i Paesi UE, beneficiari da oltre settant’anni di uno straordinario periodo di pace, quale l’Europa non aveva mai conosciuto nella sua storia.

Verrebbe istintivo pensarlo mentre in questi giorni si ammassano truppe russe ai confini con l’Ucraina o mentre tornano ad agitarsi i vicini Balcani ad opera della componente serba in Bosnia Erzegovina. O se si ha a mente la lunga lista di conflitti nel mondo e se si presta attenzione all’evoluzione della spesa in armamenti delle grandi potenze. La Cina il budget annuale della difesa continua ad aumentare con un +85% negli ultimi dieci anni, collocandosi subito alle spalle degli Stati Uniti – che non a caso hanno aumentato di 7 miliardi di dollari la spesa militare nel Pacifico – e prima di India, Arabia Saudita e Russia.

Anche i Paesi UE hanno aumentato la loro spesa per la difesa con la cifra record nei bilanci 2020 di 198 miliardi di euro, con un incremento del 5% rispetto al 2019, pari all’1,5% del Prodotto lordo (Pil), mentre nel bilancio UE è stato iscritto un capitolo per la difesa di 7,9 miliardi di euro per il periodo 2021-2027. Contemporaneamente però gli stessi Paesi hanno ridotto la spesa militare destinata a progetti in collaborazione tra loro, abbassandola del 13%, a quota 4,1 miliardi, continuando così a procedere in ordine sparso, lontani da una difesa comune europea.

Questo non impedisce al tema di essere all’ordine del giorno per l’UE che ha elaborato un nuovo documento – la “Bussola strategica” – per aggiornare le sinergie europee con l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO), un’alleanza militare guidata dagli Stati Uniti e della quale fanno parte i Paesi UE, con l’eccezione di Irlanda, Svezia e Finlandia.

L’argomento verrà affrontato in un Consiglio europeo straordinario dei Capi di Stato e di governo nella prossima primavera, sotto la presidenza di turno della Francia, alla vigilia delle prossime elezioni presidenziali. Normale che gli occhi siano quindi puntati su Emmanuel Macron e sulla Francia, responsabile nel 1954 dell’affondamento della Comunità europea della difesa (CED) e possibile protagonista su questo versante, dopo l’uscita del Regno Unito dall’UE che ha lasciata la Francia il solo Paese dell’UE detentore dell’arma nucleare e membro del Consiglio di sicurezza dell’ONU.

La politica comune della difesa è legata a doppio mandato a una effettiva politica estera comune dell’UE, liberata dal cappio del voto all’unanimità, e agli sviluppi di un tema caro a Macron, quello della “sovranità europea”, verso cui afferma di muoversi. Nè può la Francia fare i conti senza l’oste, anzi gli osti: dall’altra parte dell’Atlantico l’alleato americano, con tutte le sue contraddizioni e, da questa, il nuovo governo tedesco appena insediato, che si conferma fedele all’alleato americano e proverà qualche imbarazzo a esporsi troppo sul versante militare, anche se sono passati tanti anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. 

I più ottimisti evocano il possibile rafforzamento dell’intesa con la presenza al tavolo dell’Italia di Mario Draghi, nuovo lato del triangolo dei Paesi fondatori, con Germania e Francia. Bisogna però non dimenticare almeno due fragilità in proposito: quello della precarietà dell’attuale quadro istituzionale e politico italiano e dei costi rilevanti che l’Italia dovrebbe affrontare per contribuire a una concreta difesa europea, anche se questa a termine potrebbe produrre una consistente riduzione della spesa militare italiana. Per procedere su questa strada è necessaria una capacità di strategia di lungo periodo, proprio quella estranea alla politica del giorno per giorno.

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