Continuano guerre e conflitti ai confini dell’Europa

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L’estate sta per volgere al termine e con essa il periodo delle vacanze, del meritato riposo e, nei limiti del possibile, del non pensare a nulla.

Il rientro nella realtà quotidiana non si prospetta facile, se si considerano le tragedie che si sono abbattute sull’Italia, quelle che si consumano nel Mare Mediterraneo, nonché le guerre e i conflitti   che continuano a bruciare, in particolare lungo e al di là dei confini meridionali dell’Europa.

Genova, Foggia e la strage dei braccianti, le navi cariche di migranti che vagano nel Mediterraneo senza la prospettiva di un porto di accoglienza sono situazioni, nella loro diversità, alle quali bisognerà guardare e dare una dignitosa risposta.  

Al di là del Mediterraneo le guerre e i conflitti non si sono fermati, anzi, alcuni si sono addirittura intensificati. Non c’è stata tregua nella guerra in Siria dove non solo hanno continuato ad affrontarsi le forze del regime siriano e i ribelli dell’opposizione, ma dove sembrano aver ripreso vigore anche i militanti dell’ISIS.  Pochi i segnali positivi giunti da Sochi, dove si è tenuta alla fine del mese di luglio, la decima riunione del processo di Astana, guidato da Russia, Turchia e Iran per l’avvio di un negoziato di pace.

Guardando più a sud, l’attenzione si sofferma poi  su una delle guerre più terribili e silenziose della regione, quella che, nell’indifferenza internazionale generale, dal 2015 imperversa nello Yemen.  In una situazione di totale emergenza umanitaria, continuano ad affrontarsi i ribelli houti (sciiti) e una coalizione guidata dall’Arabia saudita (sunnita), sostenuta dagli Stati Uniti. Dall’inizio del conflitto hanno perso la vita più di 15.000 persone, quasi tutti civili, mentre sono più di 3 milioni i rifugiati. Ultimo episodio di questa tragedia è stato il raid condotto dai sauditi nel Nord del Paese il 9 agosto scorso, raid che ha colpito uno scuolabus carico di bambini, uccidendone più di 40.

Sullo scacchiere mediorientale, anche la guerra nello Yemen ha schierato le grandi potenze: contrapponendo sulla linea di frattura fra sciiti e sunniti i principali attori regionali, Iran e Arabia saudita, ha favorito conflitti fra guerriglieri locali  e ha aperto le porte alle incursioni del terrorismo dell’ISIS. Unico tentativo di raggiungere un compromesso politico per porre fine al conflitto armato è stata una Conferenza indetta dall’ONU a Parigi nel giugno scorso. Un tentativo rimasto purtroppo tale e senza seguito alcuno, dove le prospettive potrebbero essere quelle di una lunga guerra con grandi e dolorosi spostamenti di popolazione.

L’estate è stato carico di gravi attentati anche in Afghanistan, un Paese che da quarant’ anni non conosce la parola pace.  Attentati compiuti dall’ISIS, ma anche e soprattutto dai talebani, che segnano, in modo incoerente, non solo la loro significativa presenza sul territorio ma anche  la ricerca di una legittimità internazionale che li renda protagonisti nel futuro disegno politico del Paese. Una situazione complessa, caotica e violenta che si inasprisce sempre più con l’avvicinarsi delle elezioni politiche previste per il prossimo ottobre, elezioni fortemente osteggiate dai talebani stessi. Non sorprende quindi che questa situazione politica generi grande insicurezza e fuga da parte della popolazione, sempre più numerosa a tentare di raggiungere le coste europee per cercare rifugio e un futuro di pace.

Infine, è rimasto alto il livello di conflitto tra Israele e la striscia di Gaza, un continuo di botta e risposta fatto di scambi di razzi e missili che tengono la situazione in uno stato permanente di forte tensione. Sono sempre più lontane le prospettive di un dialogo o di un processo di pace, interrotti ormai da troppo tempo. Non aiuta certo in questo senso una legge adottata dalla Knesset il 19 luglio scorso, la quale dichiara Israele “Stato nazione del popolo ebraico”,  declassa la lingua araba da lingua nazionale a lingua con statuto “speciale”, dichiara Gerusalemme capitale di Israele e legittima le colonie dicendo che “lo Stato guarda allo sviluppo dell’insediamento ebraico come un interesse nazionale e agirà per incoraggiare e promuovere la sua realizzazione e consolidamento”.

Questo problematico giro d’orizzonte sui conflitti in corso ai nostri confini meridionali interpella più che mai sulle politiche messe in atto dall’Italia e dall’Europa al riguardo. Ma fino a quando sarà possibile ignorare situazioni che contengono  un tale potenziale di deflagrazione politica, economica sociale e culturale che non risparmierà certo l’insieme della stessa Europa?

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