Conti italiani che contano sull’Europa

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Si ha un bel pretendere di essere una “nazione sovrana” e provarne orgoglio, ma poi prima o poi bisogna fare i conti nella “casa comune”, l’Unione Europea di cui l’Italia è Paese fondatore, con i patti che sono stati via via sottoscritti negli anni, con il loro bagaglio
di opportunità e vincoli.

Le opportunità colte dall’Italia da metà del secolo scorso ad oggi non sono state poche: tra le altre, l’impressionante sviluppo economico degli anni ‘60, la fruizione di importanti risorse finanziarie europee di cui hanno beneficiato in particolare le regioni meridionali e,
dalle nostra parti, l’agricoltura, l’ingresso non proprio automatico nella moneta unica e la responsabilità di ruoli importanti ai Vertici delle Istituzioni comunitarie, tanto nel Parlamento che nella Commissione con la presidenza di Romano Prodi e alla guida della
Banca centrale europea con Mario Draghi.
Sono stati anni di stabile intesa con i partner europei che adesso conoscono tensioni, dopo l’esplosione nello scorso decennio di movimenti nazional-populisti, in Italia compresa.

Da un anno a questa parte, con il nuovo governo, quelle tensioni sembravano in parte allentarsi ma hanno ripreso di intensità in vista delle prossime elezioni europee del giugno 2024, riversandosi sia nei tradizionali buoni rapporti bilaterali con Germania e Francia sia verso le Istituzioni UE, come nel caso della presidenza della Banca centrale europea o, penosamente, prendendo a bersaglio nella Commissione Paolo Gentiloni.
E’ in questo contesto che il governo italiano arriva all’appuntamento con la legge di bilancio, preceduta dalla “Nota di aggiornamento del documento di economia e finanza” (Nadef) del 2023, solo un antipasto rispetto al menù sobrio che verrà servito agli italiani con la manovra da adottare tenendo conto delle valutazioni di Bruxelles che, a proposito di sovranità, ci farà conoscere quanto possa pesare la sua, dopo aver già drizzato le antenne sui dati del Nadef, aumento dello “spread” compreso.
Non a caso la legge di bilancio viene abitualmente chiamata “manovra”, forse ancora più giustamente quest’anno. In effetti il governo dovrà “manovrare” e molto per tenere il timone verso una crescita che non cresce (quest’anno solo dello 0,8% e attorno all’1% nel 2024) e rispettare i vincoli sottoscritti con un Patto di stabilità europeo che, dopo la sospensione del 2020 per il Covid, tornerà in vigore a inizio 2024. Sarà interessante quanto questa “manovra” muoverà, non tanto se a destra o a sinistra, ma se in avanti o se
sarà invece una robusta retromarcia rispetto alle mirabolanti promesse elettorali di un anno fa.

E qui dire che i margini sono stretti è più che un eufemismo, anche perché nel Nadef la manovra annunciata i vincoli saltano se si porterà il deficit al 4,3%, invece che contenerlo attorno al 3%. Un superamento che non annuncia una realistica riduzione del debito previsto attorno al 140% del Prodotto interno lordo, un valore oltre il doppio rispetto alla soglia che l’Italia si era impegnata ad avvicinare, portandosi dietro la zavorra di circa 100 miliardi di euro da pagare quest’anno per gli interessi passivi contratti con quel debito.
Il governo italiano, con le forze di maggioranza comprensibilmente preoccupate per il rischio di perdita di consenso alle elezioni di giugno, dovrà affrontare un confronto difficile con l’UE e la Germania, sconsideratamente prese di mira proprio quando si avrebbe bisogno della loro comprensione, pensando di poter procedere a chissà quale scambio credibile con il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), sempre in attesa di ratifica da parte del Parlamento italiano.

Forse l’unico scambio praticabile risiede nella necessità condivisa nell’UE di non inasprire troppo le tensioni in questa vigilia elettorale, ma è un calcolo miope: dovrebbero prenderne coscienza soprattutto le giovani generazioni per le quali, a forza di continuare a spendere
in deficit, si sta aggravando il loro futuro economico e sociale.

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