Consiglio Europeo, Italia con o contro l’UE?

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C’è sempre un alto tasso di drammatizzazione alla vigilia del Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo UE e anche quello del 30 giugno non era destinato a fare eccezione. Un po’ perché è una regola della politica di comunicazione – e di propaganda – mettersi in vetrina a favore dei propri elettori e dei media, salvo a defilarsi dopo,  ma anche perché a quell’appuntamento, sul tavolo dei massimi responsabili politici dei Paesi UE, pesano nodi da sciogliere, magari rinviati da tempo e rimasti senza concreta soluzione dai numerosi Consigli dei ministri settoriali. 

Nel caso presente nell’ordine del giorno del Consiglio europeo era previsto i nodi irrisolti dei migranti e della futura “governance” economica europea (si legga: Meccanismo europeo di stabilità e Patto di stabilità), oltre quello permanente del sostegno all’Ucraina aggredita dalla Russia e alla crescente tensione con la Cina, in un contesto politico già fortemente segnato dalle future elezioni del Parlamento europeo tra meno di un anno.

Sul tema migranti, dopo la fragile intesa raggiunta dai ministri degli interni l’8 giugno scorso, la nuova strage del Peloponneso è stata un bagno di realtà, molto lontana dalle buone intenzioni dei ministri UE e a poco è valsa l’iniziativa della presidente del Consiglio italiano, scortata a Tunisi dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e dal campione del rigore finanziario, il primo ministro olandese Mark Rutte, tornati a casa senza risultati, anzi mortificati da un apprendista dittatore, come il presidente tunisino Kais Saied. Ed è dubbio che abbia dato migliori risultati il vertice italo-francese a Parigi del 20 giugno, utile solo a raccontare di una finta pace tra interlocutori troppo distanti politicamente per una solida intesa.

E’ in questo clima che l’Italia si è presentata a Bruxelles, mentre rinviava in autunno della decisione sul Meccanismo europeo di stabilità (MES), legandone l’esito al negoziato in corso sul Patto di stabilità e crescita e ad una incerta revisione del “Piano nazionale di ripresa e resilienza” (PNRR), rinviata a fine agosto, mentre tardano da mesi ad arrivare i versamenti attesi da Bruxelles.

Non proprio un buon viatico per chi pretendeva di difendere gli “interessi nazionali”, tanto più se al bagaglio si aggiungono le critiche alla Banca centrale europea per l’aumento dei tassi di interesse e le critiche  da comizio espresse in Parlamento contro l’Unione Europea, ridiventata “matrigna” come ai tempi della campagna elettorale. Si poteva fare meglio per difendere gli “interessi nazionali” conciliandoli con gli interessi dell’Europa ed evitando di isolarsi da altri partner che pesano nei negoziati in corso.

E così i risultati sono stati quelli che sappiamo, mascherati nella nebbia della propaganda, secondo la quale l’Italia, “grande protagonista” a Bruxelles (sic), avrebbe “cambiato l’Unione Europea”, ma tornando a casa senza i progressi annunciati sul “Patto migranti”, come risulta dal comunicato finale del Consiglio europeo, dove per trovare citata una volta la parola “migrazione” bisogna arrivare al § 37 su 43, quello sulle relazioni con la Tunisia, senza che sia detto altro (leggere per credere il testo integrale delle Conclusioni). 

Da chiedersi alla fine dove i cosiddetti “interessi nazionali” stiano portando l’Italia, se “contro” un’Unione Europea in lotta contro i veti dei sovranisti di Visegrad,  o se “con” l’UE della solidarietà, criticata con toni urlati a Roma, salvo andare a Bruxelles con il cappello in mano per qualche euro in più per difendere i confini nazionali dai migranti e chiedere comprensione per i ritardi del PNRR e flessibilità sugli altri fondi.

Per fare meglio all’Italia sarebbe bastato ricordarsi che chi brandisce in Europa la sola difesa degli “interessi nazionali”, finisce per scontrarsi con gli interessi degli altri, in questo caso addirittura contro quelli dei presunti Paesi “amici”, come Polonia e Ungheria, perché alla fine “chi di spada ferisce, di spada perisce”.

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