Chi salverà l’Europa?

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Non passa giorno senza che qualcuno s’affacci a dirci come salvare la vecchia Europa, incapace di venirsene fuori da una crisi che ormai dura da anni e che ancora durerà.

Adesso ci si è messo anche il disinvolto  “grillo parlante” nazionale, pronto a mandare gambe all’aria tutto per incassare qualche voto in più alle prossime elezioni amministrative: la ricetta per l’Italia sarebbe quella di uscire dall’euro o, almeno, di rifiutarsi di pagare il debito contratto negli anni.

Altrove la pensano diversamente e ritengono che tutto si debba fare per salvare l’euro e rilanciare la crescita nell’UE, per scongiurare un disastroso effetto domino sull’economia mondiale.

A Washington, per esempio, dove l’altro giorno il Fondo Monetario Internazionale (FMI), ha rafforzato con 325 miliardi di euro lo scudo anti-contagio dell’eurozona, portandolo più vicino alla soglia di quei 1000 miliardi di dollari ritenuti la soglia minima di sicurezza. Mancano ancora circa  200 miliardi per arrivarci e la differenza dovrebbero metterla i Paesi europei, Germania in testa. Non sembra però questa l’intenzione del ministro tedesco delle finanze, nonostante la sua irritazione nel costatare che cominciano a essere troppe le risorse messe a disposizione, certamente non per beneficienza e senza condizioni, da parte di Paesi non europei per salvare l’eurozona dal fallimento.

L’alternativa, politicamente più sana, sarebbe che a salvarsi ci pensasse l’Unione Europea. Più facile a dirsi che a farsi, quando si guarda ai suoi principali Paesi membri.

Lasciamo da parte la Gran Bretagna e gli altri che dell’eurozona non fanno parte e hanno tutta l’aria di aspettare di vedere come andrà a finire.

Tra i diciassette Paesi che hanno adottato la moneta unica, più d’uno ha i suoi guai e le sue ferite da leccare e non solo per i conti pubblici in rosso, ma più ancora per l’instabilità politica che minaccia i governi in carica. Dal Belgio, appena uscito da una crisi politica prolungatasi per un anno dopo le elezioni, all’Olanda dove ormai incombono elezioni anticipate, per non dire della Grecia alla vigilia di elezioni politiche dagli esiti probabilmente dirompenti.

In Francia il primo turno delle elezioni presidenziali ha rinviato la scelta finale a dopo il ballottaggio tra uno stremato Sarkozy e il modesto Hollande, entrambi alle prese con una crisi economica e sociale, non molto dissimile dalla nostra e poco bene augurante per l’impatto della Francia sull’Europa.

Per tentare una difficile riconferma Sarkozy cercherà consensi alla sua destra, che ha raccolto inquietanti venti di rivolta: lo farà esaltando lo Stato-nazione e accelerando una pericolosa deriva populista, in crescita in molti Paesi europei.

Hollande per prevalere dovrà ottenere il voto della  sinistra radicale, cercando un difficile equilibrio tra i sogni di una politica economica non appesantita dai conti pubblici in rosso e le misure per la crescita che tutti invocano senza bene sapere come attuarla.

Comunque vada al ballottaggio del 6 maggio, né la Francia né l’Europa potranno più essere come prima: se a questo si aggiunge la crisi politica olandese diventa difficile prevedere quale sarà la sorte del “fiscal pact” del rigore imposto dalla Germania e si rafforza la prospettiva di una destabilizzazione dell’assetto attuale dell’UE.

Intanto in Germania la Merkel scalda i muscoli e continua a stringere i cordoni della borsa in vista delle difficili elezioni federali dell’anno prossimo, mentre in Italia il governo Monti stringe i denti per arrivare fino alle elezioni politiche della primavera prossima, cercando di salvarsi da imboscate ordite dal duo Silvio-Angelino, con le loro mirabolanti promesse di una nuova felice stagione politica per l’Italia. Che detto da loro, se non fosse per la crisi in corso, metterebbe molto di buon umore.

Questa la lista di medici al capezzale della crisi europea senza una credibile crescita all’orizzonte: come stupirsi allora che sia il resto del mondo a preoccuparsi e a occuparsene?

 

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