Brividi spagnoli: torna a salire la febbre nell’UE

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Si susseguono, e non hanno l’aria di essere gli ultimi, i giorni neri della Borsa e le impennate dello “spread”, incubo ormai familiare a milioni di persone che fino a ieri vivevano felici senza sapere che cosa fosse il differenziale tra i titoli pubblici dei Paesi in crisi e i mitici “bund” tedeschi, loro fratelli in sempre smagliante forma.

A soffiare sul fuoco, si stanno impegnando a fondo i giornali stranieri: non molti giorni fa era stato il  Wall Street Journal in coppia con il Financial Times, depositario delle dichiarazioni non proprio lievi della signora Emma Marcegaglia. Pochi giorni fa si è fatto latore di un messaggio analogo l’importante giornale tedesco Spiegel offrendo una tribuna all’opinionista Wolfgang Munchau del Financial Times, non a caso.

La sua dichiarazione suonava più o meno così: “Oggi la Spagna si trova nelle stesse condizioni della Grecia di due anni fa”. Commento del principale quotidiano spagnolo El Pais: “Sono parole che gettano le basi di una profezia auto-avverante e che nel contesto attuale compromettono ogni possibilità di trovare una soluzione alla crisi”.

C’è da sperare che l’opinionista spagnolo abbia torto. Altrimenti ci sarebbe poco da stare allegri: primo, perché la Spagna non è la piccola Grecia e un suo capitombolo sarebbe drammatico per tutti. Secondo, perché subito dopo la Spagna rischia di essere coinvolta l’Italia, vittima di un contagio che sarebbe difficile, se non impossibile, fermare. Nemmeno alle frontiere della Germania, ostinatamente contraria ad alzare quella barriera frangi-fiamme che è stimata attorno a 1000 miliardi di euro e che oggi raggiunge sì e no quota 500.

Si comincia a parlare di svalutazione dell’euro, qualcuno azzarda anche una riduzione del 30%, una misura che ci riporta ai lontani deprezzamenti della nostra liretta per consentirci di stare sui mercati esteri, ma che ai tedeschi richiama una non sopita ossessione sull’indebolimento della moneta, con tutto quello che ne seguì nel secolo scorso per la Germania e per l’Europa tutta intera.

E così, con l’allarme per l’euro, gli europei tornano a guardare alla Germania, alle sue esitazioni e alle sue responsabilità nella gestione della maggiore crisi economica europea del dopoguerra.

I governi europei, prigionieri del “fiscal pact” firmato sotto la pressione della Germania, insistono nelle loro politiche di rigore per risanare i conti pubblici, con risultati modesti come nel caso della Spagna e dell’Olanda, un po’ migliori in Italia per la riduzione del deficit, ma non per il debito pubblico che si riduce in valore assoluto ma, in assenza di crescita, resta a oltre 120% sul PIL.

Intanto in Italia la recessione si fa sentire, continua a scendere la produzione industriale, l’inflazione ha raggiunto il 3,3% nonostante la forte contrazione del reddito e dei consumi e cresce la disoccupazione, in particolare quella giovanile che sfiora ormai il 32%: peggio di noi, solo la Spagna e la Grecia, mentre la media europea supera di poco il 20%. Aumentano anche i suicidi per motivi economici, oltre cinquecento negli ultimi tre anni.

E’ probabile che si riferisse anche a queste situazioni il Presidente Napolitano quando, l’altro giorno, ha evocato una stagione buia, un inverno difficile di nuovo alle porte. Forse però non parlava solo della congiuntura economica e sociale: è probabile che avesse anche in mente l’inarrestabile marea di malapolitica che sembra non risparmiare nessun partito, da destra a sinistra, dal nord al sud.

Sta qui il vero rischio di “default”: nel fallimento della politica, indotto dal decadimento di quell’etica pubblica che della politica dovrebbe essere il fondamento.

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