Brexit alle spalle, il futuro davanti

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Attesa da oltre quattro anni e mezzo, la conclusione della contesa Brexit tra il Regno Unito e l’Unione Europea costituisce un evento importante di questo straordinario 2020. 

Iniziato nell’UE con grandi ambizioni politiche e nel Regno Unito con la volontà di allontanarsi dal Continente entro la data prevista del 1° gennaio 2021, nei mesi che sono seguiti la scena è stata rubata dall’irruzione del Covid-19, mentre dall’altra parte dell’Atlantico si andava consumando, non senza rischi per la democrazia, la presidenza di Donald Trump.

Sono solo alcuni degli eventi che si sono intrecciati, insieme ad altri, nel tessuto inatteso di un anno che non potrà che segnare svolte importanti nel mondo.

L’accordo concluso la vigilia di Natale tra l’Unione Europea e il Regno Unito dovrà adesso essere ratificato dal Parlamento britannico e da quello europeo, avviando in Europa una transizione complessa ma governata, probabilmente con minori problemi politici di quanto non avvenga con la turbolenta transizione dall’altra parte dell’Atlantico.

In casa nostra, che resta l’Unione Europea, l’accordo è stato frutto di un negoziato che ha visto uniti i 27 Paesi UE, dettaglio non banale quando si ha presente la litigiosità abituale al di qua della Manica. Più contrastato il clima nel Regno Unito, spaccato non solo tra i favorevoli e i contrari alla Brexit, ma anche da rotture e tensioni tra sue importanti componenti interne, come la Scozia e l’Irlanda del nord e non solo.

Alla fine il compromesso è stato raggiunto e questo è un risultato positivo – anche se non senza una punta di tristezza – quando si ha presente  il trauma politico ed economico che sarebbe stato per entrambe le parti una separazione senza accordo. Inevitabile adesso che entrambi i contendenti si attribuiscano la vittoria, come ha già fatto Boris Johnson con toni trionfali come nel suo stile, non ricambiati da quelli apprezzabili e più temperati di Ursula von del Leyen da Bruxelles.

Capiremo meglio nei giorni prossimi quale è il contenuto dell’accordo, anche se già alcuni elementi – come l’uscita del Regno Unito dal programma Erasmo – non sono incoraggianti. Resta da entrambe le parti la volontà di lavorare a un partenariato politico e strategico, un interesse reciproco. In questo potrebbe avere un ruolo importante, da una parte la ricostruzione dell’alleanza con gli Stati Uniti di Biden, più favorevole all’UE che al Regno Unito, e dall’altra il contenimento dell’espansione economica e commerciale della Cina.

Ma intanto una cosa è già evidente: è positivo il chiarimento tra due alleati che hanno una visione molto diversa del processo di integrazione europea e una diversa concezione della nazione, importante per entrambi, ma chiusa quella britannica e aperta, non senza difficoltà, quella dell’Unione Europea.

A questo si aggiunge una diversa visione politica tra le due sponde della Manica: molto più orientata al futuro quella dell’UE, con nostalgia del passato quella britannica. Entrambe si sono lasciate alle spalle una storia di contrastata convivenza, durata dal 1973, e devono adesso disegnarne una nuova: Covid permettendo – e insegnando, come in questi ultimi giorni – forse non tutti i mali vengono per nuocere.  

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