Bilancio UE: ambizioni tante, risorse poche

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È spesso una tentazione della politica quella di promettere molto senza essere sicura di poter mantenere. Capita in particolare nelle vigilie elettorali, quando si tratta di trovare consensi, almeno fino alle successive elezioni.

Nell’Unione Europea rischia di capitare anche all’indomani delle elezioni, quando la prossima scadenza elettorale sarà fra quattro anni. E’ quanto sembra accadere in questi giorni, a pochi mesi dalle elezioni europee del maggio scorso quando il successo delle forze politiche europeiste avevano spinto la nuova Commissione europea – una sorta di governo UE – a formulare un programma di legislatura molto ambizioso (così lo aveva presentato la sua Presidente, Ursula von der Leyen), oggi confrontato all’elaborazione di un Quadro finanziario 2021-2027 nel quale di ambizioso non si trova traccia.

Nei giorni scorsi si è riunito a Bruxelles un Consiglio straordinario dei Capi di Stato e di governo con uno svolgimento che più ordinario di così non si poteva. Si è ripetuto il solito copione, quello del contrasto tra i Paesi UE “ricchi” del centro-nord (Olanda, Danimarca, Svezia e Austria), che adesso di presentano come “frugali”, poco disponibili ad allargare i cordoni della borsa e i Paesi dell’Europa meridionale e centro-orientale in costante difficoltà di sviluppo che invocano un’Unione se non più generosa, almeno più equa.

E’ in gioco il futuro bilancio comunitario settennale, quello che dovrebbe accompagnare l’UE verso il rilancio del processo di integrazione, la modernizzazione della sua economia, una nuova politica sociale, la lotta all’emergenza climatica e il rilancio della vita democratica nell’Unione. Tanta roba, che necessita di risorse che invece non ci sono. 

A Bruxelles la lotta tra le Istituzioni europee, Parlamento e Commissione da una parte e Consiglio dei ministri nazionali dall’altra, è stata strozzata da degli “zero virgola”: per i Paesi “frugali” il bilancio comunitario non dovrebbe superare il tetto dell’1% del Prodotto interno lordo dell’UE, per gli altri, Italia e Francia in testa, dovrebbe avvicinarsi a 1,07%. 

Tutto questo mentre verranno a mancare i contributi del Regno Unito in uscita dall’UE (circa 75 miliardi di euro per i sette anni) e mentre sono state alzate le asticelle delle ambizioni in settori quali le politiche ambientali, quelle della sicurezza e della digitalizzazione, senza dimenticare le risorse per fare fronte ai problemi indotti dai flussi migratori. 

Non sono molte le soluzioni possibili e tutte dolorose: reperire risorse aggiuntive dai contributi nazionali o da tasse europee, rivedere gli “sconti” di gettito consentiti negli anni proprio ai Paesi più ricchi (tra questi anche la Germania) o tagliare alcuni tradizionali capitoli di bilancio. I rischi maggiori li corrono quelli più dotati di risorse, come il capitolo della politica agricola comune e quello dei fondi strutturali per la coesione territoriale e sociale, con una riduzione che potrebbe aggirarsi attorno a un pesante 6% per ciascuno.

In attesa che i “padroni del vapore” tornino a riunirsi (non si sa quando), alcune lezioni vanno tratte: non solo che non si fanno “le nozze con i fichi secchi”, ma anche che ormai questa macchina finanziaria dell’UE ha bisogno di una manutenzione straordinaria, per rivederne l’assetto generale, non solo sul versante delle entrate (dove bisognerà pure un giorno coinvolgere il Parlamento europeo) ma anche per i criteri di spesa, se orientati agli sviluppi futuri dell’UE o alla riproduzione di politiche del passato. 

Soprattutto bisognerà essere consapevoli che contese come quelle dei giorni scorsi a Bruxelles non solo minano la coesione dell’UE ma ne minacciano, con la sfiducia nelle Istituzioni, una democrazia incapace di onorare gli impegni politici adottati, illudendo i cittadini con parole vuote.

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Franco Chittolina
presidente di APICE, ha lavorato per 25 anni a Bruxelles presso le Istituzioni europee (Consiglio dei ministri prima e Commissione poi), impegnandosi per il dialogo tra le Istituzioni comunitarie e la società civile. Dal 2005 lavora in Italia per portare l’Europa sul territorio piemontese, in particolare nella provincia di Cuneo.

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