Bielorussia, incrocio di tensioni ad Est

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È trascorso poco più di un anno dalle elezioni presidenziali in Bielorussia e il presidente Lukashenko, spesso considerato come “l’ultimo dittatore d’Europa”, è tuttora avvitato al potere, dopo aver represso, e continuando a reprimere, una coraggiosa e tenace opposizione. 

Sebbene la comunità internazionale, in particolare Stati Uniti e Unione Europea abbiano imposto sanzioni al Paese, l’evoluzione politica della Bielorussia desta sempre più perplessità e preoccupazioni a vari livelli.

Al di là delle gravi violazioni dei diritti dell’uomo, delle torture, della prigione e del bavaglio alla stampa per gli oppositori, una repressione che si fa sempre più forte, le preoccupazioni guardano anche, da una parte, alla partita che Lukashenko sta giocando con il Presidente russo Putin e dall’altra alle pressioni, nei confronti dell’Europa, sul versante dei migranti. 

Lukashenko, in un isolamento politico sempre più forte, con una dubbia legittimità  e vista la grave situazione finanziaria in cui versa il suo Paese, ha ripreso con il Presidente Putin dialogo e negoziati per un rafforzamento dell’integrazione economica fra i due Paesi. Un’integrazione che si traduce, oggi, con l’accettare, da parte di Lukashenko, l’unica mano tesa per far fronte alla sua sopravvivenza politica, con tutto quello che ciò comporta non solo in termini di allontanamento dall’Europa, ma anche di ulteriore indebolimento del movimento di opposizione bielorusso. 

Una prova in più di questa ritrovata cooperazione è la partecipazione, come partner principale, della Bielorussia agli esercizi militari che la Russia ha lanciato in questi giorni sui suoi confini occidentali, con grande e impressionante dispiegamento di forze. Un messaggio che la Russia invia regolarmente all’Occidente e alla NATO, ma anche a quei Paesi del suo “estero vicino” che guardano con apprensione e speranza ad un loro futuro europeo. Il tutto in un clima, oggi, di alta tensione fra la Russia e i suoi vicini europei e dove il dialogo e la diplomazia fanno grande fatica ad imporsi.

Ma Lukashenko, in questa situazione di confronto con l’Europa soprattutto per le sanzioni imposte, vissute come un’umiliazione al suo arrogante potere, non ha esitato ad usare senza scrupoli l’arma dei migranti come ricatto nei confronti della stessa Unione. Emblematici al riguardo i migranti giunti (o portati) in Bielorussia e poi spinti dalla stessa Bielorussia verso i Paesi UE limitrofi, Polonia, Lituania e Lettonia. Migranti che ora si ritrovano respinti da ambo le parti e, per quanto riguarda la frontiera fra Polonia e Bielorussia in particolare, parcheggiati in una specie di no man’s land senza protezione alcuna e con la prospettiva che si alzino muri e filo spinato intorno a loro. Un’arma che Lukashenko sta usando per creare una pressione sull’insieme dell’Unione Europea, cosciente del fatto di quanto sensibile e dolorosa sia la questione migratoria e quanto ancora divida l’Unione stessa, incapace di giungere ad una politica comune in grado di coniugare rispetto dei diritti e del diritto internazionale, accoglienza dei rifugiati e protezione delle proprie frontiere esterne.

Una sfida che i recenti avvenimenti in Afghanistan non mancheranno di riproporre alla riflessione sul futuro dell’Europa e in un momento in cui si stanno velocemente presentando nuovi attori sulla scena internazionale. 

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