Beyrouth, la grande esplosione

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Capannone n. 12 al porto di Beyrouth. Dal 2014 conteneva 2750 tonnellate di nitrato di ammonio che martedì 4 agosto, in una terribile esplosione, hanno devastato la città. Un pericolo potenziale che conviveva da anni con la popolazione, in una irresponsabile mancanza di decisioni sulla sicurezza e sulla vulnerabilità del prodotto stoccato. 

La città è stata invasa da un’onda d’urto percepita a centinaia di chilometri, quasi 150 le vittime, 300.000 gli sfollati e danni incalcolabili. Beyrouth disperata e ferita a morte. 

Questa esplosione si innesta su una situazione politica, economica, sociale, sanitaria e alimentare molto problematica che, da un po’ di tempo a questa parte, porta l’esasperazione della popolazione ai massimi livelli: la lira libanese ha subito una svalutazione dell’80%, portando il prezzo dei beni di consumo e l’inflazione alle stelle. Il tasso di povertà continua a crescere e sfiora ormai il 50% della popolazione ; la disoccupazione è dilagante, mancano i servizi essenziali, come acqua e elettricità, ma manca soprattutto l’ assistenza pubblica nella sanità e nelle scuole ; le infrastrutture sono all’abbandono e la pandemia di Covid 19 non fa altro che esacerbare la percezione dei cittadini libanesi della deriva politica e amministrativa del loro Paese.

In questo scenario di grave degrado, sono iniziate nello scorso mese di ottobre le numerose  manifestazioni della popolazione contro il Governo. Manifestazioni contro un potere politico corrotto, diviso, incapace di un progetto comune di rafforzamento delle Istituzioni e di far fronte alla crisi economica; incapace, per anni, della ricostruzione di un Paese che aveva vissuto una lunga e dolorosa guerra civile (1975-1990). Particolare infatti il sistema di formazione del Governo libanese, concepito per garantire una rappresentanza politica a tutti i gruppi religiosi (18 le confessioni ufficiali), e in particolare ai tre gruppi principali: i cristiani maroniti, i musulmani sunniti e i musulmani sciiti.  Un sistema che non ha creato, nel corso degli anni, coesione politica, ma spartizione di interessi e di aree di influenza, fino a giungere oggi sul bordo del fallimento totale. 

Il Governo che si è insediato nel mese di gennaio scorso, sembrava aver colto le proteste di piazza, dichiarando, con le parole del premier Hassan Diab, la necessità di adottare misure coraggiose e coerenti con la situazione economica odierna: ”Siamo di fronte a una catastrofe e dobbiamo alleggerirne l’impatto e le ripercussioni sui libanesi”. 

L’esplosione al capannone 12 è l’ultimo atto di una lunga tragedia in corso in Libano. Le manifestazioni di protesta e di rabbia rivelano la forte richiesta nel popolo di un profondo cambiamento politico, di ricerca delle responsabilità politiche e di giustizia. Di fronte a una tale determinazione, il Governo, dopo 6 giorni di vani tentativi volti a calmare la crescente pressione, ha rassegnato le dimissioni. 

La comunità internazionale ha risposto con prontezza alla richiesta di aiuto del popolo libanese. Ma deve essere una risposta unanime, condivisa, che risponda non solo alla ricostruzione fisica delle infrastrutture distrutte e ad aiuti di sopravvivenza, ma affianchi il Paese nella ricostruzione della struttura profonda dello Stato, nelle riforme necessarie alla costruzione di una democrazia e di uno stato di diritto e che risponda, senza mezzi termini, alle richieste del popolo libanese per un futuro fatto di garanzie sociali e di lavoro. E in questa prospettiva, l’Unione Europea avrebbe certamente le carte migliori per svolgere quel ruolo di mediazione tanto necessario in un Paese cosi’ martoriato nel cuore del Medio Oriente.

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