Attacco a Israele, una guerra annunciata

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Ci siamo svegliati la mattina del 7 ottobre con un improvviso e violentissimo attacco da parte di Hamas al cuore di Israele. Un attacco su più fronti, non solo con migliaia di razzi dal cielo, ma anche con incursioni e prese di ostaggi via terra, nei villaggi vicini a Gaza. Nome significativo dell’operazione “Tempesta di al-Aqsa”.  Rapidamente le vittime sono salite a centinaia nei due campi, che si ritrovano ora faccia a faccia in una vera e propria guerra. Israele ha promesso una risposta dura, senza precedenti, “una campagna di un’irruenza e un’ampiezza mai vista finora”, volta a “ridurre in macerie i luoghi di Hamas“ e  “a cambiare il Medio Oriente”. Parole del Primo Ministro Benjamin Netanyahu. 

L’inatteso e condannabile attacco da Gaza, di tali dimensioni e di precisa organizzazione, ha immediatamente sollevato inevitabili quesiti, a partire dall’aver colto di sorpresa i servizi di intelligence israeliani e le sue forze armate proprio su una delle frontiere più militarizzate al mondo. E’ apparsa l’immagine di un Israele disorientato, che pensava di godere di una relativa sicurezza, anche se attorniato da una situazione sempre esplosiva, di perenne conflitto con un popolo palestinese al quale, ben raramente in questi ultimi settant’anni, è stata concessa o garantita una prospettiva di pace e di presa in considerazione dei suoi diritti.

La guerra di questi giorni, con le terribili ricadute sulle popolazioni civili e con gli orrori mai visti come con la strage dei bambini,  sembra aver rotto definitivamente quel tenace filo di fragile sospensione di un conflitto sempre in agguato, di tragedia sopportata grazie ad interventi umanitari, fondata prioritariamente, in un evidente squilibrio di forze, sulla minaccia delle armi e lontana da un dialogo portatore di  maggiore sicurezza. E’ inoltre da più di vent’anni a questa parte, dal fallimento del Vertice di Camp David del 2000,  che non appaiono sulla scena internazionale praticabili tentativi di dar vita ad un percorso di pace e di soluzione del conflitto. Non solo, ma appare oggi più che mai pesante il valore disatteso di una prospettiva di pace e sicurezza racchiusa nella soluzione di “Due popoli, due Stati”. 

Oggi, il contesto interno  in cui è scoppiata la guerra è quello di un governo israeliano composto da forze di destra e estrema destra deciso, da una parte, a sostenere e a realizzare una inaccettabile politica di  insediamenti dei coloni nei Territori occupati e dall’altra, a far fronte, da mesi a questa parte, a tenaci manifestazioni contro una riforma della giustizia che rischia di rimettere in discussione lo Stato di diritto in Israele.

Da parte palestinese, si ritrovano i Territori occupati con, da una parte, la Cisgiordania sempre più occupata dai coloni israeliani e gestita da una leadership palestinese in lenta agonia e, dall’altra Gaza, sotto blocco economico da quindici anni,  governata ininterrottamente dal 2006 da Hamas, considerata organizzazione terrorista da numerosi  Paesi occidentali,  in una dinamica di progressiva radicalizzazione.

Sul versante esterno, l’irrompere di questa guerra mette seriamente in discussione la stabilità di tutto il Medio Oriente, mentre Israele stava negoziando una “normalizzazione” dei suoi rapporti con l’Arabia Saudita, nel contesto degli “Accordi di Abramo”,  stipulati da Israele a partire dal 2020 con altri Paesi arabi a lungo nemici. Un accordo che si inserisce anche nel problematico ravvicinamento in corso fra Arabia Saudita e Iran, sostenitore quest’ultimo di Hamas. 

Situazioni complesse e in movimento che non lasciano intravvedere quale sarà il punto di equilibrio per la sicurezza e la stabilità della regione, perché il rischio che la guerra esca dai confini israelo-palestinesi è reale, con tutto quello che una tale prospettiva comporta a livello internazionale. Nel contempo, questa guerra ha riportato all’attenzione del mondo l’esistenza di un lungo conflitto per il quale la ricerca della pace, oggi, è più difficile e necessaria che mai. Un messaggio che l’Occidente e l’Europa in particolare, non possono più ignorare, perché, proprio ai confini dell’Europa, ormai è scoppiata un’altra guerra. Una guerra annunciata da tempo.

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