Ancora tragedia nel Mediterraneo

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Si sta consumando l’ennesima tragedia nel Mar Mediterraneo, fra quel pezzo di mare tra Africa ed Europa diventato ormai una frontiera tra la vita e la morte. Un ennesimo sussulto di indignazione, di constatazione di impotenza di fronte ad un fenomeno di immigrazione che non accenna a diminuire e che rovescia sulle nostre coste non solo le tragedie personali di tante donne e tanti uomini, ma anche tutta l’instabilità politica che si è venuta a creare ai confini meridionali dell’Europa.

Come sempre, la prima reazione è quella di puntare il dito di accusa verso l’Europa e le sue Istituzioni, verso quella presunta latitanza di fronte al ripetersi di tragedie umane che, secondo le stime, a partire dal 1988, avrebbero già portato le vittime a più di ventimila. Ma il punto è proprio questo: ma in che cosa consiste questa assenza dell’Europa, quali sono i suoi poteri decisionali in materia e su quali strumenti politici e finanziari può contare? Pochi. Il tema dell’immigrazione non è competenza dell’Unione Europea, ma dei singoli Governi degli Stati membri. Ma, anche se sono anni che si discute di una politica europea comune dell’immigrazione e dell’asilo, e malgrado le aperture contenute nel Trattato di Lisbona e i timidi strumenti adottati finora, questi stessi Stati membri hanno sempre dimostrato la più grande reticenza a trasferire alle Istituzioni una competenza di ovvio interesse comune, sacrificando in tal modo anche quella necessaria solidarietà sola in grado di far fronte, in prima istanza, all’emergenza dell’accoglienza, anche in termini di strumenti finanziari adeguati. E finora, a poco sono serviti i richiami del Parlamento europeo e della Commissione europea ad un impegno maggiore da parte degli Stati membri a rispettare gli impegni già presi, in particolare una direttiva del 2001 sulla ripartizione dei migranti sul territorio europeo.

Ma chiaramente questo trasferimento di sovranità, tanto vicino alle sensibilità elettorali che oggi più che mai attraversano pericolosamente l’Europa, andrebbe di pari passo con la definizione e l’adesione ad una politica estera comune e con una chiara visione del ruolo dell’Unione Europea alle sue immediate frontiere e sulla scena internazionale.

Perché non si tratta solo di calcolare quanti migranti o richiedenti asilo ogni Stato membro potrebbe ospitare, ma si tratta soprattutto di definire una politica e un nuovo comune approccio ai cambiamenti intervenuti con le Primavere arabe, con la guerra in Siria, con il disfacimento della Libia. Si tratta ancora di ridefinire una politica nei confronti dell’Africa che superi gli antichi schemi della cooperazione allo sviluppo e tenga conto di nuove realtà, del suo futuro demografico che conterà, a breve, un 70% di giovani, delle sue ricchezze e dei nuovi attori che si installano, che parli di formazione e di sviluppo sostenibile, di democrazia, di stato di diritto, di controlli alle frontiere.

Per questo è più che mai necessaria un’Europa politica, in grado di farci transitare verso un futuro comune, pieno di sfide che i singoli Stati membri non potrebbero mai affrontare da soli. E servono anche risorse finanziarie nuove, consistenti, in grado di mettere in campo strumenti adeguati alle esigenze politiche, risparmiandoci quell’umiliante negoziato finanziario che gli Stati membri ci propongono costantemente sulle briciole da destinare al bilancio europeo.

Questa è l’Europa necessaria, un’Europa che esca dalla crisi con uno slancio nuovo, in grado di contrastare un prevedibile declino, e che prenda coraggiosamente in mano le redini di un futuro inevitabilmente comune.

Ma, nell’attesa di questa nuova Unione Europea e malgrado la mancanza attuale di strumenti giuridici e finanziari adeguati, nulla impedisce che gli Stati membri si stringano in uno slancio di comune indignazione e solidarietà di fronte alla tragedia che si consuma costantemente nel Mare Nostrum.

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