Ancora Brexit: fino a quando?

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Con gennaio Brexit è entrata nel suo quarto anno di avvitamento e nessuno è sicuro di quando e come il Regno Unito ne uscirà definitivamente. E nemmeno come ne verrà fuori l’Unione Europea, alle prese con la prima “secessione” della sua storia.

Scatenata dall’azzardato referendum del 2016 ad opera di David Cameron, la vicenda di Brexit ha occupato la scena a cavallo della Manica tra dimissioni di Primi ministri, elezioni anticipate e discutibili procedure democratiche. Dal 9 gennaio finalmente un primo chiarimento ufficiale: la Camera dei Comuni britannica, grazie alla larga maggioranza acquisita il 12 dicembre dai conservatori sotto la guida di Boris Johnson, ha approvato, con 330 voti in favore e 231 contro, l’accordo sottoscritto con l’UE, confermando così l’uscita del Regno Unito, a far data dal prossimo 31 gennaio. Adesso toccherà al Parlamento europeo chiudere la vicenda entro il mese, mentre a tenere agitate le acque sarà la Scozia che chiede un referendum per rendersi indipendente.

Chi però credesse che il più è fatto si sbaglierebbe. Anzi, verrebbe da dire che il difficile verrà nei prossimi mesi, di qui alla scadenza del prossimo 31 dicembre quando è prevista la scadenza dei negoziati per trovare un nuovo accordo tra il Regno Unito, tornato isola, e il continente. Per ora non cambia praticamente nulla tra le due sponde della Manica, anche se alcuni primi colpi a salve si cominciano a sparare, come a proposito della soppressione del programma di scambi Erasmus e l’annuncio di aumenti non indifferenti per i costi universitari e sanitari.

La sostanza dei rapporti tra Regno Unito e Unione Europea cambierà solo al termine di negoziati destinati a rivedere i loro rapporti commerciali e le regole condivise nei quasi cinquant’anni di contrastata vita comune. Sarà un’impresa difficile e per la quantità degli accordi da rivedere e per la loro delicatezza in una fase storica di ripiegamenti protezionisti nel mondo, caratterizzata anche da disinvolte pratiche fiscali nei rapporti tra gli Stati.

Bruxelles, che ha grande esperienza di simili negoziati, ritiene che il tempo a disposizione non sia sufficiente; il Parlamento britannico ha risposto vincolandosi a non superare la scadenza prevista, con il rischio di un’uscita senza accordo, con conseguenze più che preoccupanti per entrambi i contendenti.

 Il chiarimento, atteso da ormai troppo tempo, si dovrà inoltre accompagnare con un futuro di buone relazioni utili a entrambe le parti, in particolare in materia di sicurezza e di intese diplomatiche: non bisogna dimenticare che il Regno Unito dispone di una capacità militare importante, rafforzata dalla forza nucleare, e occupa uno dei cinque posti permanenti nel Consiglio di sicurezza dell’ONU. Due posizioni da non sottovalutare in una stagione del mondo segnata da gravi conflitti armati e dalla minaccia del terrorismo internazionale.

Altra variabile da tenere presente è quella delle future alleanze politiche e commerciali del Regno Unito: Boris Johnson sogna di ristabilire un passato di “partenariato speciale” con gli Stati Uniti, fatto balenare da un Trump noto però per il suo programma “Prima l’America”. Si sente parlare di anglo-sfera, ma sono lontani i tempi dell’impero britannico e anche quelli del Commonwealt, ormai un’organizzazione intergovernativa volontaria che non regge al confronto con l’Unione Europea.

Il 2020 sarà probabilmente ancora un anno di colpi di scena e di contrasti di cui non sentivamo davvero il bisogno, viste le tante inquietudini generate da problemi come quelli dell’emergenza climatica, del raffreddamento dell’economia mondiale, dell’instabilità politica e dei molti conflitti sempre attivi nel mondo.

E di questa sciagura non aveva certo bisogno l’Unione Europea, già ferita dalla recente crisi economica e dai movimenti nazional-populisti che ne hanno molto logorato la solidarietà e la coesione con il rischio che, in questa nuova fase negoziale, possa diventare fragile l’intesa che aveva tenuti compatti i governi UE di fronte al Regno Unito e che qualcuno sia tentato di fare i propri giochi, non importa se a spese dei partner europei. Con conseguenze che sarebbe meglio per tutti evitare.

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