Alcune riflessioni sul tema della “democrazia in crisi”

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Non sono mancati i commenti all’intervento di Gian Carlo Caselli nell’incontro organizzato a Cuneo da APICE il 29 ottobre scorso. Tra questi le riflessioni di Pierre Jonckheer, europarlamentare belga dei Verdi per due legislature e successivamente Presidente della Fondazione dei Verdi europei, presente all’evento di Cuneo.

 

Limitandomi al regime di democrazia politica come lo conosciamo in Europa, comunemente definito  “liberalismo politico”, vorrei mettere in evidenza almeno due aspetti della vita politica contemporanea che, a mio parere, spiegano abbondantemente lo stato del regime democratico europeo e, in particolare, la progressione elettorale delle forze politiche che rimettono esplicitamente in discussione alcuni principi costituzionali, quali la separazione dei poteri e la protezione delle minoranze, principi giustamente ricordati da G. Caselli durante la sua conferenza. Una progressione elettorale che, va sottolineato, avviene in concomitanza con la frammentazione della scena politica e il netto indebolimento dei partiti politici tradizionali di destra e di sinistra.

Il primo aspetto riguarda l’alternativa possibile e la scelta fra vari orientamenti politici: in altre parole, non esiste una vita politica democratica senza un confronto fra i vari progetti. Se un numero consistente di cittadini ha la percezione che non esistono differenze sostanziali nell’implementazione delle politiche e nell’esercizio di governo e pensa “che sono tutti uguali”, forte diventa la tentazione di non votare o di orientarsi verso “nuove” (o considerate tali) forze politiche.  Il motto dominante, in particolare a livello europeo, “There is no alternative”, è la negazione stessa dell’esercizio della democrazia. A titolo d’esempio, Caselli individua la presenza di deficit democratico nell’incapacità, all’interno delle Istituzioni comunitarie, ad affrontare il dibattito di politica economica e di bilancio e a considerare sufficiente il “consenso maggioritario”.

Il secondo aspetto sul quale vorrei soffermarmi (sempre secondo la sua percezione e la sua ragionevole analisi), riguarda i risultati ottenuti (la legittimità democratica attraverso “l’output”). Se le promesse politiche non vengono mantenute, se il “malgoverno” è presente ovunque, se l’offerta di beni comuni/servizi pubblici (istruzione, sanità, alloggio…) non raggiunge gran parte della popolazione, allora il contratto sociale, per sua natura al centro dell’esercizio democratico, viene inevitabilmente rimesso in discussione.

La mondializzazione economica e l’indispensabile transizione ecologica esigono un fondamentale ripensamento dell’esercizio della democrazia e, in particolare, della ripartizione delle competenze fra attori e sistemi politici. Il confronto fra federalisti e nazionalisti sulla “sovranità condivisa” fra l’UE e gli Stati membri è esistito fin dagli inizi dell’Unione Europea, un confronto reso ancor più teso dopo l’allargamento dell’UE e l’arrivo di altre culture politiche. L’attuale incapacità a sviluppare ulteriormente politiche comuni fondate sulla solidarietà fra Stati e fra cittadini spiega, in parte, la debolezza dei risultati (si pensi ad esempio alla politica migratoria) e ostacola la partecipazione al progetto di Unione Europea nel suo insieme.

E’ la ragione per cui le elezioni del Parlamento europeo del maggio prossimo potranno richiamare l’attenzione dei cittadini solo se saranno in grado di proporre scelte chiare sul processo decisionale dell’UE e sulle politiche da attuare. E’ solo a queste condizioni che le elezioni potranno contribuire a superare la “crisi” della democrazia europea.

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