A Siviglia l’XI Congresso della Confederazione Europea dei Sindacati

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Si è svolto a Siviglia, la settimana scorsa, l’XI Congresso della Confederazione europea dei sindacati (CES): un’organizzazione che nonostante i suoi oltre trent’anni di vita è ancora poco nota non solo ai cittadini europei, ma anche a molti lavoratori tra quelli affiliati a sindacati che della CES fanno parte.
Non è senza importanza, volendo valutare quanto è avvenuto a Siviglia, cominciare con il cercare di capire il perchà© di questa scarsa notorietà   di un’organizzazione che vanta un’ottantina di organizzazioni sindacali nazionali affiliate in rappresentanza di oltre sessanta milioni di lavoratori: numericamente la più grande organizzazione transnazionale europea.
Aiuta in parte a comprendere questo paradosso lo scarso rilievo dato all’avvenimento di Siviglia dai media nazionali, a cominciare dalla RAI che, presente al Congresso, ne ha fatto eco praticamente solo per raccogliere i commenti dei leaders sindacali italiani sui problemi di casa come la destinazione del «tesoretto» e la vicenda del contratto degli statali. Poca anche la visibilità   data dalla cosiddetta «grande» stampa nazionale. Ora, come tutti ormai sappiamo, se di una cosa non si parla, soprattutto in televisione, quella cosa non esiste.
E tuttavia questa spiegazione non basta. Una parte importante di responsabilità   per la modestia del ruolo e della notorietà   della CES va attribuita all’attuale intreccio perverso tra l’assenza di un «governo» economico nell’UE e la difficoltà   delle parti sociali, imprenditori e sindacati, ad entrare in una dinamica di contrattazione europea.
Da una parte un quadro istituzionale che non dispone, in materia di politica economica e sociale, di una reale capacità   di decisione sopranazionale diversamente dalla stagione della realizzazione del mercato interno negli anni ’90 e prima dell’attuale crescente deriva intergovernativa dell’UE. Dall’altra le parti sociali con i sindacati attardati sulla dimensione nazionale e gli imprenditori proiettati su quella internazionale della globalizzazione e avvantaggiati da una Commissione europea che non fa loro sentire la pressione di possibili soluzioni per via legislativa. E così accade che la CES non sia messa in condizione di esercitare una reale capacità   contrattuale limitandosi in gran parte ad una funzione di lobby sulle istituzioni europee a loro volta in difficoltà   a coordinarsi in particolare su materie sensibili come quelle socio-economiche.
Ne deriva che i grandi temi affrontati dal Congresso di Siviglia come la crescita sostenibile, l’occupazione, la precarietà   del lavoro, le pari opportunità  , la difesa dei diritti e l’apertura a futuri allargamenti restano rivendicazioni generose ma poco efficaci anche per la diversa ispirazione culturale e politica dei sindacati nazionali che compongono la CES. Particolarmente significativo in proposito la richiesta di un salario minimo europeo per alcuni da realizzare con una regolamentazione europea e per altri, tra cui i sindacati italiani, da perseguire attraverso la contrattazione.
In questa situazione particolarmente complicata e difficile per il sindacato sarebbe stato saggio trovare una convergenza forte sul Trattato costituzionale europeo e le riforme in senso sopranazionale del «governo» europeo, senza limitarsi alla pur indispensabile difesa della Carta dei diritti che rischia oggi di essere espulsa dal Trattato e non avvalersi di una forza vincolante.
Troppo poco se il sindacato europeo vuole attaccare alla radice gli «egoismi» politici nell’UE. Ma forse ancora troppo per un sindacato in perdita di capacità   di aggregazione e che, con la globalizzazione in corso, stenta a far tacere i propri «egoismi» nazionali e consentire alla CES di diventare un vero sindacato europeo con un’autentica capacità   contrattuale sopranazionale. Ma è già   positivo che a Siviglia di tutto questo si sia ancora una volta preso coscienza: prima o poi i frutti ci saranno perchà©, proprio come la UE, anche la CES è una «lunga pazienza»

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