A Londra un vertice per nulla?

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Il Consiglio europeo dei Capi di Stato e di Governo la settimana scorsa a Londra, conclusosi senza alcuna decisione concreta, è parso a molti non meritevole di attenzione e anche i media vi hanno dedicato poco spazio e quasi niente la televisione italiana, sempre più affannata a raccontare le vicende non proprio esaltanti della politica interna e i minimi dettagli della cronaca nera. E invece quello che è capitato – e quello che non è capitato – a Londra la settimana scorsa qualche considerazione la merita. Intanto per amor di verità   va detto che si trattava di un vertice informale voluto da Blair per saggiare l’umore dei suoi colleghi su alcuni nodi cruciali per il futuro dell’Unione: nessuna decisione concreta era attesa nà© preparata e quindi è avvenuto esattamente quanto era prevedibile. E cioè: la non volontà   inglese di impegnarsi per un rilancio del processo di integrazione europea, l’iscrizione nell’agenda futura dell’UE di alcuni temi che sarà   inevitabile affrontare e, per noi italiani, la conferma che nell’ormai infinita campagna elettorale il tema dell’Europa sarà   invocato a difesa degli insuccessi sempre più gravi della nostra economia.

Continua la crisi dell’Unione
Lo stop imposto all’Ue dai NO francese ed olandese alla Costituzione e la conclusione fallimentare del Consiglio europeo di giugno nel negoziato sulle prospettive finanziarie 2007-2013, episodi ulteriormente aggravati, per ragioni diverse, dagli esiti elettorali tedeschi e polacchi pesano con forza su una crisi politica dell’Ue che si conferma come la più grave della sua storia. La decisione, sofferta e coraggiosa, del 3 ottobre scorso di avviare i negoziati per l’adesione della Turchia rischia, in un simile contesto, di introdurre nuovi elementi di tensione e ridurne gli effetti positivi nel contesto della crescente instabilità   mondiale, ancora aggravata dalle ultime vicende iraniane. In questo scenario, le Istituzioni comunitarie mandano segnali non proprio incoraggianti: diviso e poco ascoltato il Parlamento europeo, debole la Commissione nelle sue proposte e, tutto sommato, a suo agio la Presidenza di turno britannica del Consiglio europeo nel registrare questo stato di cose che ai suoi occhi ha il merito di paralizzare la crescita politica dell’Unione europea sottovalutando tuttavia il rischio dell’impatto di questa paralisi sull’economia e sui mercati europei, che pure stanno molto a cuore a Blair. Come dire che qualcuno sta scherzando con il fuoco e potrebbe anche finire col bruciarsi.

I nodi sul tavolo
Un merito il Consiglio europeo di Londra l’ha tuttavia avuto: quello di ricordarci la lista impietosa dei nodi che l’Ue dovrà   al più presto sciogliere se vuole uscire dalla crisi grave in cui è precipitata. L’elenco è sufficientemente chiaro da potersi esimere da commenti. Sui tempi brevi (anzi già   si è fuori tempo massimo) bisognerà   venire a capo del negoziato sulle risorse finanziarie dell’Ue per il difficile periodo 2007-2013: ne va della politica di coesione e in particolare della credibilità   dell’Ue verso i nuovi Paesi che ci hanno raggiunto nel 2004 e che già   cominciano a dubitare della barca su cui sono saliti. Nà© troppo a lungo potrà   protrarsi la pausa di riflessione sul futuro della Costituzione europea che forse non è morta ma certo vegeta in un coma profondo, nonostante abbia avuto il conforto dell’approvazione di 14 Paesi su 25. Bisognerà   proprio aspettare l’esito delle elezioni presidenziali francesi del 2007 per rilanciare un’iniziativa politica di cui l’Ue ha invece un bisogno urgente? Sul fronte della globalizzazione ci aspetta la ripresa dei negoziati dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) a dicembre ad Hong Kong e la vigilia registra tensioni, in particolare tra la Francia, la Gran Bretagna e la Commissione in particolare sui margini di concessioni possibili in materia di agricoltura. Intanto a Londra è stato messo all’ordine del giorno il tema oltremodo sensibile della revisione del modello sociale europeo sospeso alla soluzione dei precedenti nodi irrisolti e che, nelle condizioni attuali, rischia di farne le spese, magari in un clima avvelenato dal dibattito sulla direttiva Bolkenstein sulla liberalizzazione dei servizi. Terminiamo l’elenco, comunque non esaustivo, con uno spiraglio di luce che si è intravisto a Londra: quello di un’accresciuta consapevolezza sul tema caldo dell’immigrazione e sull’esigenza di affrontarlo in chiave prevalentemente europea. Sarebbe ora ed è già   tardi.

Lo spettacolo italiano a Londra
Ancora una breve annotazione sul contributo del Governo italiano nel Consiglio europeo di Londra. Breve non solo per non aggravare la depressione indotta complessivamente dal vertice londinese, ma perchà© si è trattato di un contributo poco propositivo per l’Europa, se non addirittura di sapore tutto ad uso interno ed elettorale. E comunque niente di nuovo: l’economia va male per colpa dell’euro che si sarebbe «rivalutato del 50% facendo perdere competitività   ai nostri prodotti» (difficile dire da dove venga questo calcolo: l’euro è nato a 1,18 sul dollaro e oggi è a 1,20) e perchà© la Banca Centrale Europea ci tiene inchiodati su equilibri di bilancio che ci impediscono di spendere i soldi cheà¢à¢â€š¬à‚¦ non abbiamo. E poi ancora: sul fronte dell’energia siamo bloccati da Bruxelles, che inoltre non ci protegge dall’invasione di prodotti stranieri sui nostri mercati. Ancora la barzelletta dei dazi, proprio l’ultima misura da adottare per un’Unione europea che vive di esportazioni. Se questi sono argomenti per aiutare l’UE, e con lei l’Italia, ad uscire dalla crisi in cui si è infilata, allora ne dovrà   ancora passare del tempo per l’Europa e per l’Italia prima di vedere la luce in fondo al tunnel! E pensare che siamo – o eravamo? – un Paese fondatore dell’Unione Europeaà¢à¢â€š¬à‚¦

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