La libera circolazione e quella forzata dei migranti nell’UE

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C’era una volta in Europa la libera circolazione per i cittadini che avevano la nazionalità di un Paese membro dell’Unione Europea. All’inizio era un impegno del Trattato di Roma del 1957 che si sarebbe progressivamente sviluppato negli anni, segnando una svolta importante con l’Accordo di Schengen del 1985 che abolì il controllo alle frontiere interne di cinque Paesi fondatori della Comunità europea, Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi, ma senza l’Italia che aderì all’accordo solo nel 1990.

Fu una decisione importante che rafforzò la fiducia reciproca e la solidarietà tra i Paesi europei, oggi diventati 29, senza due Paesi UE (Cipro e Irlanda) ma con quattro extra-UE (Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera). L’accordo conobbe nel tempo più di una sospensione, come nel caso della Francia e quella recente, e in corso, tra Italia e Spagna. La libera circolazione si arrestava però alle frontiere esterne, dove controlli rafforzati dovevano garantire la correttezza della libera circolazione interna per chi ne aveva diritto perché di cittadinanza europea per nascita o per acquisizione di legittimo titolo.

Tutto si è fatto più complicato negli anni con l’aumento dei flussi migratori, in particolare con l’incremento di situazioni irregolari, che si trattasse di ingressi avvenuti con visti temporanei o di sbarchi e arrivi clandestini via terra. Situazioni diverse rispetto alla circolazione interna nell’Unione Europea, a seconda della nazionalità delle persone, con quelle in condizione irregolare da fermare alla frontiera o, se privi del diritto di asilo, di essere rimpatriati.

Semplice da raccontare, difficile da governare visto che un Accordo europeo, quello di Dublino, prevedeva e prevede che gli ingressi irregolari dovessero essere presi in carico dal Paese di primo arrivo. Comincia qui la storia di un’altra libera circolazione: quella dei migranti irregolari che, non trattenuti nel Paese di primo approdo, si spostano all’interno dell’Unione Europea, destinatari di una “circolazione forzata” che prevede il loro trasferimento nel Paese di primo arrivo da parte dei Paesi nei quali si erano spostati. Sono i migranti che vanno sotto il nome di “dublinanti”, quelli che per l’Accordo di Dublino vanno ricondotti nel Paese di arrivo, come da alcuni giorni un numero crescente di governi nazionali UE hanno deciso di fare per attivarne il loro ritorno verso l’Italia.

Il tema, di evidente sapore elettorale per Paesi confrontati ad importanti elezioni nei prossimi mesi, è giuridicamente complesso ma chiaro per i rischi che comporta per la residua solidarietà europea, che pochi sembrano voler prendere in carico. Lo stanno facendo al momento Spagna e Francia, quasi una lezione all’Italia e ai suoi presunti alleati del nord Europa che hanno colto l’occasione della vicenda di Ceuta per chiedere di attivare la clausola del rimpatrio – che qualcuno chiama “remigrazione” – a carico dei Paesi di primo ingresso per i richiedenti asilo. Difficile valutare il numero delle persone interessate ad essere rispedite al Paese di arrivo nell’UE, facile invece capire quanto tutta questa vicenda sia una miccia accesa sotto le fondamenta dell’Unione Europea, di cui il governo italiano ha grandi responsabilità oltre che rischiare di esserne danneggiato come chi taglia il ramo su cui è seduto.

L’Unione Europea sarà in questi mesi alle prese con impegni importanti, dalla verifica della sostenibilità delle finanze pubbliche nazionali alla definizione del futuro bilancio 2028-2034, tutte occasioni in cui l’Italia avrà bisogno di un supplemento di solidarietà, in particolare da parte dei Paesi ai quali oggi si oppone per i rimpatri, tanto a sud che a nord. Troppi fronti, tutti insieme, in una vigilia elettorale.

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Franco Chittolina
Vicepresidente di APICEUROPA, ha lavorato per 25 anni a Bruxelles presso le Istituzioni europee (Consiglio dei ministri prima e Commissione poi), impegnandosi per il dialogo tra le Istituzioni comunitarie e la società civile. Dal 2005 lavora in Italia per portare l’Europa sul territorio piemontese, in particolare nella provincia di Cuneo.

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