Nella disgrazia del Covid è stata una felice sorpresa l’inatteso rimbalzo della solidarietà europea con l’emissione di un debito pubblico comunitario di 750 miliardi di euro, destinandone all’Italia quasi 200 per finanziare il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, noto con la sigla PNRR.
Fu una decisione adottata all’unanimità dai Ventisette nel giugno del 2020 per un piano straordinario di interventi finanziari composto di contributi e prestiti, previsto in scadenza il 30 giugno scorso.
Le dimensioni finanziarie e la complessità del Piano, in particolare per l’Italia di gran lunga la prima beneficiaria, invitano alla prudenza nella valutazione di quanto realizzato e nella critica per gli obiettivi mancati, anche perché una coda di quanto previsto è ancora in corso di esecuzione in regime di proroga.
Un bilancio più approfondito del PNRR italiano richiederà tempo e ulteriori verifiche, alcune non di facile esecuzione come nel caso dell’impatto addizionale intervenuto sulla percentuale di crescita dell’economia italiana, ad oggi stimata molto contenuta, ma senza la quale oggi l’Italia sarebbe in stagnazione..
Nell’attesa di un quadro aggiornato e consolidato dei risultati è già possibile tuttavia avanzare qualche prima considerazione, prudentemente in forma di interrogativi: quali le novità introdotte, quali i tempi di realizzazione e quali i rimpianti per le occasioni mancate.
Il piano europeo di solidarietà di 750 miliardi di euro rappresentava una straordinaria novità nella politica allora stagnante dell’Unione Europea e avrebbe dovuto alimentare novità importanti nelle politiche nazionali, non solo per l’attivazione di cantieri destinati a risollevare l’economia in crisi, ma anche per stimolare nuovi metodi di programmazione e lavoro, affiancando interventi materiali a riforme attese da tempo. Ha funzionato in modo diseguale: meglio la sorte delle attività in migliaia di cantieri, in particolare quelli gestiti dalle istituzioni locali, è ancora da portare a compimento nelle riforme, in particolare della giustizia, della Pubblica Amministrazione e del mercato del lavoro.
Ha funzionato il vincolo del finanziamento versato a fronte del reale stato di avanzamento del Piano, più difficile è stato accelerare il ritmo di modernizzazione della Pubblica Amministrazione: sarebbe potuto essere un contributo importante per una nuova Europa, rischia di confermare quanto resti ancora vecchia questa Italia. Ma l’occasione potrebbe non esser perduta se la Pubblica Amministrazione farà tesoro di questa prima sperimentazione per rivedere ulteriormente il proprio metodo di lavoro, in particolare nella fase progettuale.
Non stupisce che in simile contesto i ritardi si siano andati via via cumulando fin dalla partenza: un PNRR disegnato in gran fretta dal governo Conte, riscritto subito dal governo Draghi e finito nella contrastata gestione del governo Meloni, preoccupato di riportare il Piano sotto la gestione diretta della Presidenza del Consiglio sottraendola al Ministero dell’economia.
Difficile tenere il conto dei ritardi dovuti a continue revisioni del Piano richieste a Bruxelles, sei ad oggi, qualcuna ancora in attesa di risposta. Pesano in particolare i mancati obiettivi relativi alle comunità energetiche, agli asili nido, alle Case di Comunità per la salute.
È comprensibile quindi che alla fine della vicenda resti qualche rimpianto, a cominciare dalle riforme incompiute, da alcune priorità finite in fondo alla lista, come quelle ambientali, e per le quali adesso mancano alla “Nazione” le risorse finanziarie necessarie.
Ma su tutto prevale un’altra “R” nella sigla del PNRR: il rimpianto di avere in parte perso una grande occasione per la modernizzazione del Paese e dato fiato alle riserve dei Paesi frugali, Germania Olanda e nordici in testa, che adesso non vogliono più sentire parlare di un nuovo futuro debito pubblico europeo, anzi già spingono per una riduzione di risorse per l’ordinario Bilancio UE 2028-2034, come dichiarato i giorni scorsi dal governo tedesco.













