È nel pieno della primavera che nell’UE si lavora alla preparazione dei bilanci pubblici futuri, ma già si sente arrivare il soffio del freddo rigore invernale nei numeri con i quali un po’ tutti dovranno fare i conti.
È il caso tra gli altri, nel prossimo 2027, per Paesi importanti come Germania e Italia, e per l’Unione Europea alle prese con il Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034 (QFP).
Si tratta di realtà economiche e politiche di diversa grandezza e natura ma tutte confrontate alla coperta troppo corta delle risorse disponibili rispetto ai bisogni delle rispettive popolazioni.
Ne sa qualcosa l’Unione Europea, chiamata a rispondere alle attese dei suoi 450 milioni di abitanti, con un bilancio settennale attorno ai 2000 miliardi di euro: una cifra che potrebbe sembrare importante se si dimentica che va ripartita in sette anni tra 27 Paesi membri, cui si aggiunge il sostegno alla decina di Paesi candidati ad entrare nell’UE. Quanto sia modesto il bilancio UE lo si capisce megliomo se si tiene a mente che quella cifra corrisponde a pochi decimali in più dell’1% del Prodotto interno lordo (PIL) europeo, quando la percentuale media dei bilanci dei Paesi UE oscilla attorno al 50% dei rispettivi PIL nazionali.
Percentuali che la dicono lunga sulle diverse possibilità di intervento dei due bacini di risorse e spiegano il tentativo, generoso ma poco realistico nelle condizioni attuali, del Parlamento europeo che ha appena chiesto a larga maggioranza un aumento del QFP del 10%,
Per la verità a questa richiesta del Parlamento europeo c’era già stata una risposta anticipata, in occasione del Consiglio europeo a Cipro pochi giorni fa, da parte del Cancelliere tedesco Friederich Merz che non avevo perso tempo a far sapere che di un aumento del bilancio europeo manco parlarne.
Lo stesso Cancelliere che, pochi giorni dopo, avrebbe annunciato un progetto di bilancio tedesco per il 2027 con un forte aumento delle risorse destinate al riarmo a spese del welfare e ricorrendo ad un debito di poco meno di 200 miliardi di euro. Tutto questo nel contesto politico di una coalizione al governo sempre più fragile e determinata a contrastare un nuovo debito comune europeo, come quello consentito all’indomani della crisi indotta dalla pandemia da Covid con il NextGenerationEU.
Fa eco a questi orientamenti di spesa anche il futuro progetto di bilancio italiano sotto pressione per l’aumento della spesa energetica ma, a differenza della Germania, senza margini fiscali visto l’alto debito pubblico e la permanenza della procedura europea di infrazione per deficit eccessivo. Sono vincoli che fanno ostacolo alla richiesta italiana a Bruxelles, non solo di una deroga al Patto di stabilità, ma anche per ottenere maggiori margini di flessibilità per la spesa pubblica.
Per tutti nell’UE, alla quale la guerra di Trump all’Iran costa 500 milioni di euro al giorno, la coperta finanziaria è corta e tre soltanto sono le strade percorribili per trovare una soluzione: o aumentare le entrate o ridurre la spesa o ricorrere al debito.
La Germania può avvalersi del margine fiscale di cui dispone per ricorrere al debito che però non le evita di intervenire su una dolorosa riduzione della spesa sociale. L’Unione Europea, costretta a chiudere sempre in pareggio il suo bilancio, può solo ripartire diversamente i capitoli di spesa e sperare in improbabili nuove entrate derivanti da imposte comunitarie poco gradite.
E non sembra certo che a nuove entrate fiscali pensi il governo italiano che, dopo averle già alzate nell’anno in corso, non vorrà correre il rischio di aumentarle ancora alla vigilia della prossime elezioni politiche. Così, non potendo nemmeno ricorrere più di tanto ad un aumento del debito, non resta altra strada che invocare qualche forma di flessibiità e intanto fare prevalere la priorità economica della spesa energetica su quella militare, promessa in aumento all’amico Trump, grande predatore dei bilanci europei.












