30 anni di Schengen e la sfida dell’immigrazione

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Concluso il 15 giugno 1985 solo fra pochi ma significativi Paesi, (Francia, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo) l’Accordo di Schengen rappresenta un tassello importante dell’integrazione europea, introducendo per la prima volta il principio di frontiere comuni esterne e di abolizione delle frontiere interne. Oggi, a distanza di 30 anni, lo spazio di libera circolazione interna si è allargato a ben 26 Paesi, di cui 22 Membri dell’Unione Europea.

Non è stato certamente un processo di integrazione facile, visto che una parte sensibile della sovranità nazionale, le frontiere appunto, veniva trasferita progressivamente verso una gestione esterna delle frontiere europee, con tutte le precauzioni, le regole, i sistemi di controllo che ciò necessitava. Oggi, secondo alcune stime, circa 720 milioni di persone attraversano ogni anno le frontiere esterne dello spazio Schengen, di cui 334 milioni di persone provenienti da Paesi terzi. Significa che una persona, una volta entrata regolarmente nello spazio Schengen, può circolare liberamente e senza passaporto.

Ma la storia di questi ultimi anni sta mettendo a dura prova non solo il sistema di Schengen, ma anche la prospettiva di giungere a politiche comuni e condivise per far fronte a nuove e durature sfide, in particolare per quanto riguarda tutta l’instabilità alle frontiere a sud del Mediterraneo, che da alcuni anni a questa parte porta migliaia e migliaia di immigrati e rifugiati sulle coste europee. Altre cifre dicono infatti che è in netta progressione il numero di persone che sbarcano illegalmente e, purtroppo, l’attualità ci confronta ogni giorno con questa realtà. Un numero sempre maggiore di persone fugge da guerre, da mancanza di futuro e dignità, in balia di trafficanti di esseri umani, sempre comunque sfidando la morte per attraversare un braccio di mare e giungere sulle nostre coste. Di fronte a questi ripetuti drammi, appare tutta la debolezza politica generata da uno spazio di libera circolazione interna privo di una politica comune dell’asilo e dell’immigrazione e di adeguati strumenti a disposizione per il controllo delle frontiere, in particolare per quanto riguarda l’Accordo di Dublino in vigore. L’Accordo di Dublino prevede infatti che lo Stato d’ingresso dei richiedenti asilo sia anche lo Stato responsabile per il trattamento della richiesta d’asilo, generando in tal modo una pressione di prima accoglienza molto più forte che sugli altri Stati membri.

Ne è un esempio, al riguardo, quello che sta succedendo alla frontiera tra la Francia e l’Italia, a Ventimiglia. Rifugiati sbarcati in Italia e intenzionati a proseguire il loro viaggio sono rimasti bloccati di fronte alla chiusura della frontiera francese. Se da un lato si può considerare che la Francia abbia semplicemente usato gli strumenti giuridici a sua disposizione, Schengen e Dublino appunto, dall’altra rivela tutta l’insostenibilità di una tale situazione, sia da un punto di vista umanitario che di solidarietà necessaria fra Stati per far fronte a un fenomeno che sta prendendo gravi proporzioni.

La parola ora tocca soprattutto ai Ministri degli Interni e al Consiglio Europeo del prossimo 25 giugno. Sul tavolo ci sono le proposte della Commissione per una ripartizione equa fra gli Stati membri di richiedenti asilo, provenienti in particolare da Siria e Eritrea. E, in mancanza di una proposta di revisione dell’Accordo di Dublino, i Paesi in prima linea, come ad esempio Italia e Grecia, potrebbero persino ricordare una direttiva del 2001, mai applicata, sulla protezione temporanea degli sfollati. Prevede la concessione di un asilo temporaneo di un anno e consente di trasferire l’obbligo di prima protezione ad un secondo Stato membro. Una misura eccezionale, che non significa ancora che l’Europa voglia incamminarsi verso una seria, solidale e lungimirante politica di asilo e di accoglienza.

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