2018: Un anno di sfide per l’UE e per l’Italia

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Non sarà un anno tranquillo per l’Europa, e per l’Italia, questo 2018 appena iniziato.

Non lo sarà per l’Unione Europea, alle prese con la parte più sostanziosa e difficile del negoziato Brexit e per l’avvio delle complesse trattative per il futuro quadro finanziario pluriennale, fonte tradizionale di grandi tensioni fra i Paesi UE, con il rischio per l’Italia di rimetterci qualche decina di miliardi di euro.

Nel mese di marzo si starà con il fiato sospeso per sapere se ci sarà finalmente un governo in Germania, e di quale colore, e per capire quali saranno le conseguenze del voto italiano del 4 marzo.

I prossimi mesi diranno anche come evolverà il serio contenzioso che oppone l’UE alla Polonia, accusata di mettere a rischio i valori fondativi europei, e come si svilupperà il dialogo, per ora sorprendentemente benevolo, con il nuovo governo austriaco, non a caso in rotta di avvicinamento con la “banda dei quattro” di Visegrad, dove Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia, frenano il processo di integrazione europea. Tutto questo mentre nel 2018 si alterneranno nelle presidenze semestrali UE due Paesi come Bulgaria e Austria.

In un simile contesto di tensioni, la Francia di Emmanuel Macron fa figura di “cavaliere bianco”, determinato a farsi carico del rilancio del progetto europeo, passando attraverso un rafforzamento dell’alleanza con Angela Merkel che però, bene che vada, esce fortemente indebolita dalla prova elettorale con la conseguenza di indebolire ulteriormente il  “motore franco-tedesco”.

Eppure è di qui che Macron conta ripartire, grazie a quel “colloquio intimo” con la Cancelliera che potrebbe non poco infastidire gli altri partner europei. Una reazione che potrebbe manifestarsi il prossimo 22 gennaio quando, in occasione dei 55 anni del “Trattato dell’Eliseo”, il testo base della cooperazione franco-tedesca firmato nel 1963 da Konrad Adenauer e da Charles de Gaulle,  i due Parlamenti adotteranno una risoluzione per promuovere una nuova e più stretta cooperazione tra Germania e Francia.

Questo anniversario di “matrimonio politico” sorprende però gli “sposi” non proprio in una luna di miele, troppo forte essendo diventata negli anni la Germania riunificata e in relativo declino l’economia francese, senza contare le molte altre divergenze portate in dote dalle due sponde del Reno.

Su questo tentativo di rilancio europeo si affaccia l’Italia, sfiancata da crisi lungi da essere risolte e alla vigilia di un appuntamento elettorale che difficilmente produrrà solide condizioni di governabilità e ancor meno iscriverà nella campagna elettorale l’urgenza del tema europeo. Il governo italiano ancora in carica sembra non preoccuparsi più di tanto di arrivare a questa possibile svolta europea in condizione di non poter giocare un ruolo di protagonista, come gli spetterebbe, in quanto Paese fondatore UE e seconda economia manifatturiera europea. In parte perché non crede troppo ai progressi annunciati da Macron e in parte perché Germania e Francia non possono pensare di andare lontano tagliando fuori dal rilancio gli altri venticinque Paesi. L’Italia, pur aderendo all’ipotesi di un’UE a più velocità, valuta che quel tandem franco-tedesco non basta a tirare la volata al gruppo, dove cominciano a essere in molti a rompere i cambi e a rallentare l’andatura di tutti.

Dai due lati delle Alpi si sussurra di un possibile “Trattato del Quirinale”, a immagine di quello dell’Eliseo. Sarebbe un’idea se a negoziarlo fosse l’attuale inquilino del Colle più alto, ma questo non è consentito dalla nostra Costituzione, diversa da quella francese. Toccherebbe negoziarlo al governo italiano, sempre che questo governo un giorno ci sia e fosse consapevole che, nonostante tutto, il futuro dell’Italia si chiama Europa.

Ma chi glielo va a spiegare a Di Maio, Salvini o Melloni?

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