10 dicembre: Giornata mondiale dei Diritti Umani

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I nostri diritti non sono altro che i doveri degli altri nei nostri confronti.
(Norberto Bobbio)

Il 10 dicembre si celebra la Giornata mondiale dei diritti umani, un festeggiamento sovranazionale la cui data è stata scelta per ricordare la proclamazione da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani avvenuta il 10 dicembre 1948.

La prima giornata di celebrazione ufficiale è avvenuta nel 1950 durante il 317° meeting globale dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, occasione in cui è stata promulgata la risoluzione 423 (V) che invitava tutti gli Stati membri e tutte le organizzazioni coinvolte ed interessate a celebrare la giornata.

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani costituisce un documento che sancisce l’indignazione per le iniquità compiute dalla civiltà umana, un testo voluto per affermare la volontà di contrastare le diseguaglianze acuite dalle guerre e per aumentare la consapevolezza a livello internazionale sui diritti umani. Questo documento si classifica tra le massime espressioni di civiltà, in quanto rappresenta il primo documento internazionale che sancisce i diritti dell’individuo e dei propri simili.

La carta è composta da 30 articoli che parlano di diversi argomenti: schiavitù, tortura, guerra, razzismo, violenza di genere, maltrattamento di minori, depauperamento/abuso/inquinamento delle risorse ambientali e sfruttamento umano. Si tratta di un vero e proprio documento dedicato all’educazione al rispetto degli altri individui, tradotto in più di 500 lingue.

La sua stesura fu condotta dal comitato per i diritti umani guidato da Eleanor Roosevelt, moglie di Franklin Delano Roosevelt, padre del New Deal. Furono altri i personaggi ad accompagnarne la nascita: René Cassin, giurista e diplomatico francese, John Peters Humphrey, giurista canadese considerato da molti uno dei padri del sistema di tutela dei diritti umani, William Hogdson, Hernan Santa Cruz, il sovietico Alexander Bogomolov, il libanese Charles Habib Malik, Peng Chun Chang e Charles Dukes. Furono 48 gli Stati che approvarono la Dichiarazione sui 58 che all’epoca costituivano l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Tra gli Stati che si astennero, si annoverano: il Sudafrica (all’epoca in pieno apartheid), Arabia Saudita (a causa della parità tra uomo e donne), Polonia, Cecoslovacchia, Jugoslavia e Unione Sovietica (Russia, Ucraina, Bielorussia). I comunisti contestavano, infatti, il comma 1 dell’articolo 2 che sancisce che “a ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione”.

Ad oggi risulta difficile dire che la Dichiarazione sia rispettata da tutti gli stati firmatari, le violazione dei diritti degli individui sono, purtroppo, all’ordine del giorno e non sembrano essere sulla via dell’estinzione. Si pensi all’Articolo 13, che afferma che “ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato. E ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio.” o all’articolo 14, che recita “ogni individuo ha diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni”.

Una grossa occasione persa: se i 30 articoli fossero rispettati dagli Stati firmatari si potrebbe contare su una maggiore pace nel mondo e sul rispetto dei diritti dell’individuo. Contribuire al rispetto della carta è molto difficile, ma esistono anche piccole azioni che sono fattibili senza troppa fatica, ad esempio firmando gli appelli della campagna Write for rights di Amnesty International (https://www.amnesty.it/).

Purtroppo l’educazione ai diritti umani è ancora ben lontana dall’essere vicina alla sua inutilità. La frase può sembrare assurda, ma si tratta dell’augurio più grosso che si possa fare per l’umanità: che cessi di esistere la necessità di educare al rispetto dei diritti e che divenga qualcosa di innato e naturalmente tramandabile tra le società. Forse è utopistico, ma, almeno oggi, concediamoci questa speranza.

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