Ursula nelle nebbie del futuro dell’UE

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Poche sorprese dal “Discorso sullo Stato dell’Unione” a Strasburgo

Era molto atteso il “Discorso sullo Stato dell’Unione” che, Ursula von der Leyen, la Presidente della Commissione europea  doveva tenere davanti al Parlamento di Strasburgo mercoledì 15 settembre, alla ripresa politica d’autunno. Un rito di parole, puntuale come le foglie che cadono in questa stagione, ma che quest’anno si annunciava carico di attese, visto quanto capitato in questi ultimi dodici mesi densi di avvenimenti importanti.

Per citarne solo alcuni: l’avvio operativo del Piano europeo per la ripresa (Recovery Fund) con la straordinaria dotazione di 750 miliardi di euro, l’impegno richiesto alla Commissione europea per l’approvvigionamento dei vaccini anti-Covid, il lancio lo scorso 9 maggio della “Conferenza per il futuro dell’Europa”, le manomissioni dello Stato di diritto in Polonia ed Ungheria e, infine, lo schiaffo dei talebani – e degli Stati Uniti – alla NATO e all’Europa.

Per chi poi avesse una più lunga memoria l’attesa era alimentata anche da quell’annuncio altisonante di Ursula in apertura del suo mandato, quando dichiarò che la sua Commissione avrebbe  operato in un orizzonte “geopolitico”, giusta ambizione in una stagione della storia che registra grandi sconvolgimenti mondiali, non solo quelli militari, ma anche quelli economici, commerciali e politici. Basta avere in mente quanto accaduto a Kabul e a quanto sta accadendo con l’ascesa della Cina, le rinnovate minacce in arrivo dalla Corea del Nord, il ritorno della Russia nel gioco mondiale, l’irruzione della Turchia nell’area mediterranea ed oltre, insieme con il ritrarsi degli USA dalla scena internazionale. Aveva ragione Ursula a vedere nell’impegno geopolitico la priorità dell’Unione Europea.

“Facci sognare” sperava qualcuno, e un po’ anche noi. Abbiamo alle spalle settant’anni di vita in comune, traguardi importanti raggiunti insieme, dal consolidamento della pace alla salvaguardia di un welfare unico al mondo, dal balzo in avanti della “sovranità europea” con la creazione dell’euro alla generosità dell’allargamento verso i Paesi dell’ex- Unione sovietica fino alla nostra ritrovata solidarietà di fronte alla pandemia.

Ursula era legittimamente autorizzata a richiamare questa memoria e a rivendicare questo bilancio, ma da lei ci si sarebbe aspettato uno sguardo più coraggioso sul futuro, come aveva fatto nel caso delle nuove politiche ambientali di nuovo rilanciate, ma da declinare adesso con le prospettive delle future politiche economiche, ancora espansive, e sulle ricadute sociali della transizione ecologica e sociale con le inevitabili ricadute occupazionali e, soprattutto, accompagnato da un soprassalto di coraggio per la costruzione, in tempi non biblici, di una politica estera e di difesa comune, appuntamento rinviato a un prossimo Vertice sotto presidenza francese nel 2022. 

Certo non è nel potere della Commissione decidere tutto questo, ma è suo il “potere di iniziativa” ed è dalle sue proposte, in dialogo con il Parlamento, che devono muovere le politiche ancora troppo detenute dai governi nazionali in seno al Consiglio dei ministri e al Consiglio europeo, paralizzati dal voto all’unanimità.

Ma sul futuro per Ursula pesava già una prima ravvicinata scadenza ed era il 26 settembre, giorno delle elezioni nel suo Paese, la Germania, con l’uscita dalla Cancelleria di Angela Merkel che l’aveva collocata alla Presidenza della Commissione e la cui partenza e successione peserà molto sul futuro dell’UE. 

Il rito del “Discorso sullo Stato dell’Unione” non poteva capitare in un momento più complicato, in un’Europa sempre divisa, con una Germania incerta sulla sua leadership in casa e sul continente, in un mondo dove vengono meno tradizionali punti di riferimento per l’azione politica, mentre si fa sentire l’attesa dell’esito delle elezioni presidenziali a maggio in Francia e di quelle previste in Italia, per la Presidenza della Repubblica  fra pochi mesi e quelle politiche nel 2023. 

Del “Discorso” si dirà garbatamente che ha tratteggiato un bilancio onesto, che ha incoraggiato l’Unione ad accelerare nella dinamica  dell’integrazione e che dovrà trovare la strada – ma quando? – per garantire la sua sicurezza, nel contesto di una “autonomia strategica” in quella NATO che non riesce a reinventarsi. 

Ancora una politica dei “piccoli passi” con la quale, in un mondo che galoppa, si finisce per tornare indietro. 

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