Unione Europea tra aperture e chiusure

65

Questo 2020 lo ricorderemo a lungo e dovrà ricordarlo anche chi verrà dopo di noi. Sarà da ricordare in particolare per le alterne vicende vissute dall’Unione Europea sotto la pressione del Covid-19, prima le esitazioni e i contrasti interni seguiti poi da decisioni inedite ma coerenti con i valori fondativi della Comunità nata a inizio anni ’50. Da allora mai avevamo vissuto una crisi di queste dimensioni, solo momenti o anche periodi – come nel caso del decennio scorso – superati con una continuità di politiche che avevano non poco logorato il processo di integrazione europea.

Adesso l’UE è a una svolta, anche se resta da capirne la direzione: se si andrà avanti sulla spinta delle ultime decisioni assisteremo al rilancio del progetto europeo, se torneremo indietro non sarà solo agli anni appena passati, forse anche agli anni bui della prima metà del secolo scorso.

La svolta del 2020 ha dovuto affrontare, e ancora dovrà farlo, molte chiusure: non solo quelle fisiche – dai flussi migratori ai confinamenti per ragioni sanitarie – ma anche quelle politiche, come nel caso dell’infinita vicenda di Brexit con un pesante ritorno delle frontiere alla Manica e tra le due Irlande, senza dimenticare le chiusure imposte da oltre-Atlantico dalla sciagurata presidenza Trump. E non si è trattato solo di frontiere esterne all’UE, ma anche di quelle interne relative alle mancate condivisioni di solidarietà politica, osteggiate dal mancato rispetto della democrazia, come nel caso di Polonia e Ungheria, o dall’egoismo di Paesi, come quelli auto-definitisi “frugali”, Olanda e nordici in testa.

A queste e ad altre chiusure l’UE ha reagito con nuove aperture: ancora deboli quelle in vista per i migranti (il Trattato di Dublino resiste ingessato nel tempo), più incoraggianti quelle in materia sociale, molto più che simboliche quelle dell’approvvigionamento comunitario dei vaccini e  stimolanti le ambizioni europee in materia ambientale. Senza dimenticare le aperture decisamente promettenti che hanno attivato, con l’accensione di un inedito debito comune europeo, un’imponente massa finanziaria con il Recovery Fund, a rafforzamento del bilancio 2021-2027, accompagnata dalla massiccia “potenza di fuoco” della politica monetaria espansiva, messa in campo dalla Banca centrale europea.

A ben guardare si tratta di ingredienti che possono indurre per le politiche europee non solo un’accelerazione, in continuità con il passato, ma un vero e proprio cambio di paradigma, ancora insufficiente per garantire il rispetto ovunque nei Paesi UE dello Stato di diritto, ma già con alcuni elementi essenziali per lavorare a un nuovo cantiere dell’integrazione europea anche se forse con il parziale disimpegno di Paesi a guida sovranista, come avvenuto con il Regno Unito, un chiarimento che consentirebbe però di camminare più spediti verso un’Unione politica, quella “Federazione europea” invocata settant’anni fa dalla “Dichiarazione Schuman”.

Certo adesso non si potrà aspettare altri settant’anni per procedere verso una nuova tappa: conforta costatare che dentro questa tappa, volenti o nolenti, ci stiamo già come ci ha insegnato la storia mondiale di questi anni e come ci sta insegnando a stare insieme la drammatica emergenza di oggi, quella sanitaria inattesa e quella che preme da tempo, come la salvaguardia del pianeta.  

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here