Unione Europea – Regno Unito, andata e ritorno

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La Manica è sempre stato un canale ad alta frequenza di attraversamenti in un senso e nell’altro, forse lo ridiventerà anche per i rapporti economici, politici e militari con il continente, dopo la secessione britannica dall’Unione Europea seguita all’azzardato referendum di Brexit nel 2016, con l’uscita del Regno Unito dall’UE nel 2020.

A sei anni di distanza dall’abbandono dell’UE e a dieci dall’avvio di una procedura di divorzio consensuale trascinatosi a lungo, i cittadini di Sua Maestà hanno sperimentato sulla loro pelle il prezzo pagato da quella decisione e oggi il nuovo governo britannico, a guida laburista, evoca la prospettiva di un possibile ritorno sul continente, con modalità da valutare.

L’intervento del premier britannico Andy Burnham, la settimana scorsa, in occasione della conferenza del partito laburista a Liverpool, ha avuto il merito di porre con chiarezza il problema e di avanzare qualche possibile opzione sul tema.

Sarebbe però errato cercare le ragioni del nuovo dialogo in corso solo sul bilancio economico  negativo dell’ultimo decennio tra le due sponde della Manica, stimato in 8% di perdita del Prodotto interno lordo, e non vedervi anche nuove motivazioni per il futuro che incombe sul continente dopo l’aggressione della Russia all’Ucraina.

Certo spingono al rafforzamento del dialogo motivi economici e commerciali e, ancor più, ragioni politiche, a seguito della rottura delle alleanze nello spazio occidentale dopo l’irruzione di Trump, ma pesano anche motivi legati alla sicurezza e alla difesa dell’Europa a fronte della minaccia russa, particolarmente pressante contro Regno Unito che, con la Francia, si è spesa maggiormente in favore della solidarietà, anche militare, con l’Ucraina. 

E non stupisce la disponibilità immediatamente manifestata alle aperture britanniche da parte, e congiuntamente, di Emmanuel Macron e Pedro Sanchez; il primo detentore con il Regno Unito dell’arma nucleare, il secondo fiero oppositore di Trump contro il riarmo della NATO e le sue scriteriate avventure in Medio oriente, una ragione in più per l’Italia di mantenere un poco coraggioso silenzio.

Non sono estranei a questa apertura britannica, pur senza un calendario definito, anche motivi elettorali legati ad un’opinione pubblica che oggi, al 50% si dichiara favorevole a una revisione di Brexit e, attorno al 60%, la considera la considera un errore, con riferimento in particolare alle responsabilità dei governi a guida dei conservatori, come pensa oltre l’80% dei cittadini britannici. Senza dimenticare che dal referendum del 2016 il Regno Unito ha vissuto una permanente instabilità politica con sette premier diversi in dieci anni.

Saldati insieme gli interessi economici e politici con quelli militari del Regno Unito, diventa comprensibile una possibile retromarcia che richiederà tempo, ma non un’eternità, con quello che sta capitando in Europa.

Molto di questa evoluzione dipenderà anche dall’atteggiamento dell’Unione Europea che, se da una parte conserva il ricordo amaro di separazione di cui non era responsabile, dall’altra non può che valutare positivamente il valore aggiunto, politico e militare, di un dialogo rafforzato con il Regno Unito in vista di nuove alleanze e, un giorno, di un’adesione. 

Quest’ultima, se avverrà, si farà con un’altra Unione Europea rispetto a quella di dieci anni fa.

Sicuramente l’UE dovrà essere attenta a chiarire i nuovi termini dell’intesa, valutarne i tempi rispetto alla lista degli allargamenti in programma, ma forse anche più autonoma nel campo occidentale.  

Tutto questo potrà avvenire non necessariamente in un’Unione con gli stessi Stati membri attuali, si spera maggiormente strutturata con una diversa politica estera e di sicurezza, anche se non ancora con una politica comune di difesa che potrebbe però trovare nuovo stimolo dal ritorno nel continente del Regno Unito, peraltro già in corso in questo e in altri settori.  

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Franco Chittolina
Vicepresidente di APICEUROPA, ha lavorato per 25 anni a Bruxelles presso le Istituzioni europee (Consiglio dei ministri prima e Commissione poi), impegnandosi per il dialogo tra le Istituzioni comunitarie e la società civile. Dal 2005 lavora in Italia per portare l’Europa sul territorio piemontese, in particolare nella provincia di Cuneo.

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