Una nuova pagina per l’America e il mondo

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Le elezioni presidenziali americane ci hanno tenuto per alcuni giorni con il fiato sospeso e con gli occhi puntati su quella cartina geografica che si divideva sempre più fra il colore rosso e quello blu, ad immagine della divisione profonda che attraversa oggi gli Stati Uniti. Con grande sollievo, il democratico Joe Biden ha vinto, ma questa vittoria non gli viene purtroppo riconosciuta dal Presidente uscente: un primo inquietante segnale non solo del pericolo che corre la democrazia americana ma anche delle difficoltà che il nuovo Presidente avrà nel ricomporre una società spaccata in due, aspetti che incideranno sia sul corso di una nuova politica interna che su quella esterna.

Per quanto riguarda il rapporto fra Stati Uniti e il mondo, i quattro anni di Presidenza Trump hanno indubbiamente segnato le relazioni internazionali con politiche incerte ed aggressive, insofferenti al dialogo multilaterale, più orientate a rapporti di forza bilaterali e sempre guidate dal solido e rude messaggio dell’”America first”. Un approccio in controtendenza con il ruolo centrale che gli Stati Uniti hanno sempre avuto, dal 1945 fino ad oggi, nella costruzione delle Istituzioni internazionali e che ha soprattutto scosso profondamente la fiducia dei Paesi alleati nei confronti di Washington.

Sarà infatti una grande sfida per Biden riguadagnare tale fiducia, riportare gli Stati Uniti sul terreno del multilateralismo e della diplomazia e a riconferir loro quel ruolo essenziale nella configurazione di un nuovo ordine mondiale. Non sarà facile perché i terreni da ricuperare sono tanti : dai rapporti con l’Unione europea e la NATO al rientro nelle Istituzioni dell’ONU, come l’Organizzazione mondiale della Sanità, l’UNESCO e la Commissione ONU sui diritti umani ; dal rientro in accordi internazionali come quello sul clima di Parigi a quello molto sensibile sul nucleare iraniano. Rimarranno caldi i temi della politica mediorientale, con significativi punti interrogativi sul processo di pace fra Israele e Palestina e con altri attori della regione, Iran e Arabia Saudita in particolare, nonché sul progressivo ritiro degli Stati Uniti da alcuni teatri di guerra e conflitti, dall’Afghanistan alla Libia, lasciando porte aperte a Russia e Turchia. Da non dimenticare inoltre gli impegni sul versante del disarmo nucleare e il rapporto rimasto senza seguito con la Corea del Nord.

Di nuova attualità saranno i futuri rapporti con la Cina, impegnati in questi ultimi anni in una “guerra commerciale” dai toni aspri e dalle ricadute economiche e finanziarie a livello globale. La corsa a mantenere la leadership mondiale, soprattutto in campo tecnologico, non si arresterà con la nuova amministrazione democratica, ma assumerà nuovi toni che potrebbero chiamare in causa anche l’Europa, con la richiesta da parte di Washington di una cooperazione volta a contenere Pechino e a sviluppare una sinergica strategia che vada oltre la logica commerciale.

Ed infine si aprono nuovi orizzonti per rapporti più distesi con l’Europa, sotto tensione in questi ultimi quattro anni per una obiettiva difficoltà di dialogo e di rapporto con un “alleato” storico che ha sempre avuto come obiettivo quello di dividerla al suo interno. Sono stati quattro anni in cui l’Europa ha reagito e ha senz’altro progredito, pandemia insegna, sulla strada di un rinnovato slancio di integrazione, di coesione e di autonomia.  

Sembrerebbe quindi che per l’Europa non tutti i mali vengano per nuocere e sarà bene che l’Unione colga l’occasione dello “scampato pericolo Trump” per progredire verso l’assunzione di maggiori responsabilità anche sul fronte esterno, in particolare nel quadro della NATO, con un’accelerazione dei lavori nel suo cantiere di politica estera, di difesa e sicurezza comune.

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