Una fragile pace all’Est dell’Unione

Nel turbinio dell’inquietante attualità che occupa giornalmente i nostri media a Sud dell’Europa, è passato un po’ in secondo piano il conflitto in Ucraina e i suoi recenti risvolti per raggiungere un accordo non solo di cessate il fuoco ma anche per disegnare una prospettiva di pace duratura fra le parti in conflitto.

Il 5 e il 19 settembre scorsi infatti, sotto l’egida dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), sono stati firmati a Minsk, in Bielorussia, accordi fra Russia, Ucraina e le forze indipendentiste dell’Est dell’Ucraina. Gli accordi prevedono, in particolare, il ritiro di tutte le forze militari, armi ed equipaggiamenti da parte della Russia in modo tale da mettere in sicurezza e rispettare le frontiere internazionali fra la Russia e l’Ucraina; da parte ucraina, l’adozione di una legge d’amnistia e il conferimento di uno “statuto speciale” ad alcune zone dei suoi territori orientali. Infine, la creazione di una zona cuscinetto, libera da armi e presenze militari che si estenda per 30 Km da una parte e dall’altra della frontiera. Ma il punto più importante di questo accordo, sottoscritto anche dai separatisti filo – russi, riguarda la tenuta di elezioni municipali, secondo il diritto ucraino, il prossimo 7 dicembre.

Questo accordo, il cui obiettivo finale è quello di trovare una soluzione politica al conflitto, di ridisegnare i rapporti, in particolare, fra l’Unione Europea e la Russia e di ribadire la sovranità dell’Ucraina nelle sue scelte politiche future, è purtroppo costantemente rimesso in discussione, violato, sia perché non sembrano cessare i combattimenti nel Donetsk, sia per le dichiarazioni dei separatisti filo russi di organizzare delle elezioni legislative il prossimo 2 Novembre. Due elementi che chiaramente non vanno nel senso di un rispetto della tregua e degli accordi conclusi e rendono sempre più problematica la soluzione diplomatica e politica del conflitto. Con tutto quello che ciò comporta in termini di sicurezza e pace dentro e fuori le nostre frontiere, di rispetto del diritto internazionale, nonché dei rapporti di forza economici ed energetici fra Unione Europea e Russia.

Nel frattempo, il 14 settembre scorso, il Parlamento dell’Ucraina, preso tuttavia oggi in questa rigida tenaglia di orientare il futuro del Paese verso l’Europa o verso la Russia, ha ratificato, nello stesso momento in cui il Parlamento europeo ne dava il suo consenso, un accordo di associazione con l’Unione Europea. Tale accordo, di cui alcune disposizioni entreranno in vigore solo alla fine del prossimo anno, prevede sia un’associazione politica sia la creazione di un’area di libero scambio. Apre infatti nuovi canali di dialogo politico e stabilisce regole di base per la cooperazione in settori quali l’energia, i trasporti, l’istruzione o la libertà di circolazione dei lavoratori. L’Ucraina, dal canto suo, dovrà ora attuare riforme democratiche e rispettare lo Stato di diritto. Un enorme passo avanti, carico di grandi responsabilità soprattutto per l’Unione Europea, la quale non potrà, in nessun caso, venir meno ai suoi impegni di sostegno politico, finanziario ed economico nei confronti dell’Ucraina. Perché è proprio in quel Paese che l’UE si gioca gran parte della sua credibilità che consiste non solo nell’affermare e consolidare i valori della democrazia e dei diritti, ma anche e forse soprattutto, nel tenere aperti i canali del dialogo con la Russia, nella prospettiva di nuove e condivise regole di vicinato e di partenariato. Alla luce degli ultimi avvenimenti, questa doppia esigenza sembra la ricerca della quadratura del cerchio, ma è l’unica via possibile perché l’Europa non si lasci sfuggire di mano il fragile filo della pace che corre sulle sue frontiere orientali.

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