Un vertice in Egitto per una pace impossibile

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Su iniziativa del Presidente egiziano Al Sisi, si è tenuto al Cairo un “Vertice per la pace” al quale hanno partecipato trentun Paesi e tre Organizzazioni internazionali. Sullo sfondo di una improvvisa ma, da tempo, temuta tragedia che miete vittime civili e innocenti sui due versanti della guerra, il Vertice sembra aver rispecchiato e messo in luce le divergenti posizioni di una limitata ma rappresentativa cerchia della comunità internazionale e tutte le difficoltà di giungere ad un condiviso richiamo al cessate il fuoco. 

Obiettivo del Vertice e dell’Egitto in particolare era infatti quello di fermare una escalation della guerra a Gaza e l’espandersi del conflitto a livello regionale. Per raggiungere tale obiettivo e richiedere una tregua fra Israeliani e Palestinesi era necessario ottenere il sostegno della maggior parte dei Paesi presenti. 

Intorno al tavolo, erano seduti, da una parte i rappresentanti dell’Occidente, dagli Stati Uniti all’Unione Europea e ad alcuni suoi Stati membri, dal Canada al Giappone e dall’altra i Paesi arabi e musulmani, Paesi appartenenti ai BRICS (fra cui Russia e Cina) all’Unione africana e alcuni Paesi asiatici. Le assenze di peso sono state soprattutto quelle di Israele e dell’Iran. 

Paesi seduti allo stesso tavolo di pace ma divisi fra due posizioni basate sullo squilibrio delle condanne nei confronti delle pesanti operazioni militari perpetrate sia da Hamas che da Israele. Una parte, l’Occidente, giudicato troppo schierato in sostegno agli israeliani, l’altra parte, in particolare i Paesi arabi, determinata a non condannare Hamas senza fare lo stesso per Israele per quanto riguarda il massacro dei civili di Gaza e a chiedere un cessate il fuoco.

Due approcci distanti che non hanno permesso di giungere ad una voce comune per la richiesta di una tregua, di porre le basi per un dialogo di pace, interrotto e dimenticato ormai da troppi anni a questa parte e nemmeno di fermare i preparativi della tanto temuta invasione di terra di Gaza da parte di Israele. Una minaccia quest’ultima che, se messa in pratica, non potrà avere che conseguenze devastanti, a partire dalla prospettiva di un esodo della popolazione civile da Gaza, già duramente colpita dai bombardamenti e dalla mancanza del minimo indispensabile per sopravvivere. Non solo, ma nel cuore della tormenta rimangono ancora più di 200 ostaggi israeliani nelle mani di Hamas.

Si è tuttavia alzata al tavolo del Cairo la voce, forte e chiara, del Segretario Generale dell’ONU, richiamando l’attenzione sull’importanza di affrontare senza tardare l’emergenza umanitaria che si è venuta a creare a Gaza, con la richiesta di aprire il valico di Rafah, tra Egitto e Gaza, e lasciar transitare l’aiuto alimentare, un aiuto che, malgrado le ingenti necessità, transita ancora con il contagocce.

Se, da una parte la situazione rimane, dopo due settimane di guerra, altamente esplosiva, dall’altra è altrettanto chiaro che il conflitto israelo-palestinese non potrà rientrare in quello status quo di eterna belligeranza, sopraffazione e disinteresse conosciuti finora. Il violento choc di quest’ultima guerra, che sembra aver colto di sorpresa Israele, ha timidamente riportato sulle labbra della diplomazia internazionale l’unica soluzione accettabile: “Due popoli, due Stati”. 

È venuto il momento di immaginare di nuovo un altro processo di pace, di ricominciare con coraggio tutto da capo, con uomini nuovi desiderosi di sicurezza, di convivenza e di rispetto per il futuro dell’Altro. L’Unione Europea potrebbe far valere molto di più, al riguardo, la sua lunga esperienza di pace, costruita con pazienza dopo due terribili guerre mondiali che l’avevano ridotta in cenere.

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