
A forza di dire che ottant’anni di pace avevano addormentato l’Europa, esponendola inerme al ritorno della guerra ai suoi confini, si è finito per pensare che la sola via di salvezza fosse quella di tenersi aggrappati alla NATO e al suo azionista di maggioranza, gli USA, e pagarne il prezzo.
E di prezzi ne abbiamo pagati: dal piegare la testa sotto il ricatto dei dazi all’impegno ad aumentare smisuratamente il nostro contributo alla spesa militare.
Ad inchinarsi al predatore americano non sono stati pochi: dal solito filo-russo ungherese, Viktor Orban, all’atlantista timoroso e con scarso coraggio come il cancelliere tedesco, Friederich Merz; dai polacchi oscillanti tra Unione Europea e USA, visti anche i loro confini a rischio, a Giorgia Meloni che, pur libera da questa paura, ha continuato regolarmente a pagare il prezzo della sua “amicizia” con Trump, spacciandola come contributo alla protezione dell’Europa.
Fuori dal coro dei vassalli, l’orgoglio francese di Emmanuel Macron, alla ricerca di un protagonismo internazionale per il quale non aveva la forza e il coraggio del Primo ministro spagnolo, Pedro Sanchez, “hombre vertical” in un’Unione Europea che continuava a inginocchiarsi e a balbettare , con la maestra del coro e presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.
Fuori dall’Unione Europea, due altri leader hanno cercato di alzare la testa: Keir Starmer, premier britannico di un Paese che con gli USA aveva una “relazione speciale,” e il premier “quasi europeo” del Canada, Mark Carney, che mise un guardia dal finire tutti insieme nel menu di Trump e esserne mangiati.
Sono bastate tre settimane dell’azzardata guerra degli USA e di Israele all’Iran, in violazione al diritto internazionale, per cominciare a vedersi diradare le nebbie e succedere, alle aggregazioni provvisorie tra alcuni dei principali Paesi UE, qualcosa finalmente di nuovo e di più consistente, come il secco “no” alla richiesta di Trump di essere coinvolti nella sua guerra nella quale si sta impantanando in Medio Oriente e non solo in Iran.
Il segnale del ritrovato coraggio di pace dell’Unione Europea è venuto dalla inedita e clamorosa spaccatura in seno al G7, il gruppo di cui sono membri Germania, Francia, Italia, Regno Unito, Canada, Stati Uniti e Giappone: con questi due ultimi messi in minoranza nel comunicato finale sul contrasto alla guerra e al suo aggravamento nell’area. Nella sostanza una chiara dissociazione dagli USA da parte degli europei, finalmente schierati sul fronte della pace, invece che su quello della guerra.
Non ci sarà da sorprendersi se questo pronunciamento avrà sviluppi in tempi brevi, cominciando dalla NATO, chiamata da Trump ad operare al di fuori del perimetro geografico dell’Alleanza, per proseguire in questa settimana con un Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo che dovrà affrontare, al massimo livello UE, “l’escalation militare in Medio Oriente che genera un’instabilità globale le cui conseguenze negative si fanno già sentire in Europa”, come anticipato dal presidente dello stesso Consiglio, Antonio Costa.
A quel tavolo sarà bene che tutti, anche quelli che sembra comincino a rinsavire, come Giorgia Meloni, ricordino che dopo essere a lungo caduti in basso non è adesso il caso anche di scavare e sotterrarsi, preparando il funerale dell’Unione. E con l’occasione rammentare al predatore americano che un pezzo d’Europa c’era già stata da quelle parti con gli USA nel 2003, rispondendo alla chiamata del suo predecessore George Bush: non fu un’impresa felice per nessuno, salvo per chi si chiamò fuori come allora Germania e Francia, non per l’Italia che di quella coalizione fece disgraziatamente parte.
E’ anche una buona occasione oggi per il contorsionista governo italiano di riscattarsi e farci finalmente capire da che parte dell’Atlantico stia, per il governo italiano, il fronte della pace per l’Europa.











