Un semestre UE ad alta instabilità

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Il 1° luglio prende il via il nuovo turno semestrale di presidenza del Consiglio dei ministri UE affidato alla Spagna, cui dovrebbe – ma il Parlamento europeo è contrario – seguire quello da molti temuto dell’Ungheria.

Non che il semestre spagnolo si annunci tranquillo con le elezioni anticipate in Spagna il prossimo 23 luglio, con il rischio che il governo socialista, dopo aver preparato da tempo le priorità politiche in vista delle decisioni previste entro fine anno, debba lasciare il timone al centrodestra. Potrebbe farne le spese in primo luogo lo spinoso dossier sul “Piano migrazione”, oltre ad altri temi a dominante sociale.

Come se non bastasse, questo secondo semestre sarà confrontato ad altre elezioni nazionali nell’UE, con un prevedibile forte impatto sulle sue dinamiche politiche, già segnate dalla forte avanzata della destra, anche estrema, nelle recenti elezioni del 25 giugno in Grecia e dalla formazione del nuovo governo finlandese nel quale ha occupato ministeri importanti l’estrema destra. Ma soprattutto c’è molta attesa per l’esito delle elezioni in autunno in Polonia, ma anche di consultazioni meno decisive, in Slovacchia e Austria, due Paesi dove si rafforzeranno probabilmente le simpatie per gli euroscettici di Visegrad.

Il prossimo semestre sarà anche quello che dovrà concludere il negoziato sul futuro Patto di stabilità e crescita, a fronte di permanenti tradizionali distanze tra i Paesi del nord e quelli del sud. Se ne è avuta un’ulteriore conferma nei giorni scorsi da una netta presa di posizione da parte dei ministri delle finanze di undici Paesi, in prevalenza di area nord-orientale, con alla guida la Germania.

Il documento, dopo aver ricordato che il Patto di stabilità e crescita, varato nel lontano 1997, aveva consentito già prima della pandemia politiche finanziarie espansive, ampliatesi negli anni seguenti, denuncia i rischi per le economie europee, passate da da un debito pubblico medio nel 2019 dell’86% del Prodotto interno lordo (PIL) al 100% nel 2020, lontano da quel 68% del 2002, l’anno dell’euro. 

Misericordiosamente la nota tralascia di informare che il debito pubblico italiano viaggia attorno al 145%, pari ad oltre 2.800 miliardi di euro, poco meno di 50.000 mila euro per persona.

Ma è anche certamente pensando a questi numeri da capogiro che la nota prosegue ricordando che “la politica finanziaria non può ignorare i cambiamenti geopolitici, comprendenti il cambiamento climatico, la transizione digitale e la politica di difesa”. Di qui la ricetta amara da adottare: “Per mantenere la credibilità di fronte ai mercati dei capitali, gli Stati membri devono evitare deficit e livelli di indebitamento eccessivi e attuare riduzioni realistiche, tempestive e sufficienti dei deficit e degli indici di indebitamento”.

Purtroppo non sono solo queste le divergenze che si dovranno affrontare nel negoziato in corso, perché sono in discussione anche le responsabilità da attribuire agli attori UE nel controllo delle finanze pubbliche nazionali e  nella valutazione degli scostamenti e delle misure per il rientro dal debito. Lasciare troppo spazio al ruolo della Commissione europea nella valutazione delle “flessibilità”, da consentire ai Paesi maggiormente in difficoltà, fa temere ai rigoristi dei Paesi UE del nord un cedimento alla “deriva lassista”  nei Paesi del sud e, a questi ultimi, il rischio di vedere la loro politica finanziaria e di bilancio “commissariata” da Bruxelles, a spese della loro pretesa sovranità nazionale.

Tra i due versanti del problema il sentiero è stretto, tanto più difficile da percorrere in un semestre che si appresta ad affrontare il nuovo “Patto di stabilità” in una stagione politica europea ad alta instabilità.

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