Un futuro incerto per l’Unione Europea dopo il voto

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Dopo i concitati ultimi giorni di preparazione alle elezioni del Parlamento europeo, gli appelli al voto, spesso purtroppo poco espliciti sulle proposte politiche dei partiti, soprattutto sulla loro dimensione europea, i risultati delle urne hanno fatto giustizia di previsioni e sondaggi e vanno letti con la massima lucidità possibile, senza la pretesa di comprenderne da subito la portata.

Cominciamo con i numeri, prima quelli della partecipazione al voto e poi quelli della nuova configurazione delle famiglie politiche che saranno presenti a Strasburgo.

Nelle scorse elezioni europee del 2019 si era registrato un forte balzo in avanti di 8 punti percentuali della partecipazione al voto, con numeri molto differenziati tra i diversi Paesi UE, in particolare segnati da un rilevante astensionismo nei nuovi Paesi entrati nell’UE in questo secolo.

L’Italia, nelle ultime quattro tornate elettorali europee, aveva registrato una traiettoria calante nella partecipazione al voto, passando dal 73% del 2004 al 56% del 2019, facendo tuttavia nettamente meglio della media europea e ancora migliore è stata la partecipazione al voto nella provincia di Cuneo che, pur riducendosi negli anni dal 79% del 2004 al 67% nel 2019, ha mantenuto una partecipazione costantemente più alta, sopra ai 10 punti percentuali, rispetto alla partecipazione italiana. È andata meno bene in queste elezioni, con l’Italia di pochi decimali sotto la barra del 50%.

Nell’UE la partecipazione al voto nel 2024 è salita di pochi decimali sopra al 51%, con forti varianti nei singoli Paesi, dall’89% in Belgio al 21% della Croazia, dalla Francia con il 51,4% alla Germania con il 64,7%.

Il quadro che si è così disegnato racconta di una partecipazione democratica ancora fragile al progetto europeo, difficile dire se perché sconosciuto ai più o non sufficientemente in sintonia con le attese dei popoli europei. Probabilmente sono fondate entrambe le risposte, resta da capire in quale misura.

Sicuramente è mancata un’adeguata informazione, resa anche difficile da una realtà istituzionale e politica di grande complessità, ma anche aggravata da una campagna elettorale segnata da una diffusa “distrazione di massa” che poco o niente ha portato l’attenzione sul progetto europeo, facendo prevalere piccole polemiche locali, quando non litigiosi personalismi tra leader già decisi a non impegnarsi nel lavoro parlamentare europeo. E’ stata un’offesa alla democrazia e non ha mancato di contribuire alla scarsa partecipazione al voto. 

Resta adesso da valutare il risultato del voto, gli equilibri politici che si profilano nell’Unione Europea, non solo nella nuova mappa parlamentare ma anche, e forse più, nel gioco politico in corso tra i governi nazionali e come tutto questo si riverserà nelle designazioni dei vertici europei, tanto per la presidenza del Parlamento che per quella della Commissione europea e del Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo, mentre non sarà contendibile fino al 2027 la presidenza della Banca centrale europea. 

Per il Parlamento, la presidenza dovrà fare i conti con una significativa curvatura a destra del voto che non sembra mettere in crisi la tradizionale maggioranza delle forze di orientamento europeista, senza tuttavia impedirne un indebolimento, particolarmente nel quadro di “maggioranze fluide” già praticate in passato.

Molto più complesso il gioco per la designazione delle due altre presidenze, in particolare quella della Commissione europea, in un primo tempo nelle mani dei governi nazionali, ma le cui decisioni debbono essere approvate dal Parlamento europeo, con la maggioranza fragile emersa. Dipenderà da tutto questo anche la designazione del presidente del Consiglio europeo, un ruolo apparentemente di minore importanza politica, ma che potrebbe crescere a seconda del profilo del presidente designato.

La tentazione è grande di abbandonarsi a previsioni, pericolosamente azzardate, viste le troppe variabili in gioco. Il nuovo Parlamento non ha riservato grandi sorprese: attesa l’avanzata delle destre, anche estreme, in particolare in Francia, Germania, Austria e Spagna; confermato il primato del Partito popolare europeo e contenuta la perdita di consensi dei socialisti, anche grazie al buon risultato del Partito democratico italiano e al ritorno dei socialisti francesi. Mutamenti tutto sommato minori che non sconvolgono più di tanto la maggioranza politica della legislatura scorsa, anche se qualche smottamento potrebbe registrarsi nel Partito popolare europeo tentato da una curvatura a destra.

Peseranno maggiormente gli orientamenti  di governi diversamente in crisi, in particolare di quattro Paesi fondatori dell’UE. In Olanda, alle prese con la formazione di un governo delle destre, sostenute dai liberali; in Francia dove sono state convocate elezioni politiche anticipate a fine giugno; in Belgio dove domenica il governo è caduto e in Germania dove il governo traballa pericolosamente. È da questo quadro politico ad alta instabilità, con l’eccezione italiana, che usciranno le designazioni per le presidenze della Commissione europea e del Consiglio europeo, la prima sottoposta all’incognita del voto del Parlamento europeo.

La congiuntura politica di emergenza che stiamo vivendo dovrebbe imporre decisioni rapide, ancora un po’ di pazienza e sapremo presto verso quale Unione Europea stiamo andando.

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