UE e USA: disaccordi su un accordo di libero scambio

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Che ci tocchi vivere nell’era della globalizzazione non è una novità e nemmeno una disavventura. Ormai solo pochi nostalgici del “buon tempo andato” non si rassegnano a considerare questo nostro mondo la casa comune dove organizzare tutti insieme la nostra vita e quella delle generazioni future.

Non stupisce quindi che questa prospettiva muova anche gli interessi dei maggiori attori politici del pianeta, alla ricerca di nuove aggregazioni in grado di competere in questo mondo globale, dove emergono nuove potenze economiche e commerciali: una dinamica rafforzatasi in questi ultimi tempi con il ruolo crescente dei mercati asiatici, in particolare della Cina e dell’India, e lo spostamento del baricentro degli scambi dall’Atlantico al Pacifico, con gli Usa attivi sulle sponde di entrambi gli oceani.

È in questo quadro che si collocano i negoziati del TTIP (Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti), avviati nel 2013 sulla scia degli accordi commerciali multilaterali dell’Organizzazione mondiale del commercio, oggi in profonda crisi, e della nuova generazione di accordi bilaterali tra singoli Paesi e tra grandi regioni del mondo.

Il mese scorso è giunto in dirittura di arrivo l’ultimo trattato della nidiata, il TTP (Partenariato Trans-Pacifico), tra gli USA e una dozzina di Paesi asiatici, con l’esclusione della Cina, e ora in attesa della ratifica dei rispettivi Parlamenti nazionali.

Questo risultato, raggiunto nell’area del Pacifico, ha dato nuovo impulso al negoziato attualmente in corso sul TTIP tra UE e USA, accompagnato da crescenti contestazioni da una parte e dall’altra dell’Atlantico. In particolare ha fatto molta impressione in Europa la grande manifestazione di Berlino in ottobre, la più grande in Germania degli ultimi vent’anni, suscitando non pochi interrogativi se così tante persone, prevalentemente giovani e tendenzialmente “mondialisti” e in un Paese campione dell’export, si sono espresse contro il progetto di accordo.

La complessità del tema rende difficile entrare nei dettagli, ma è chiara la sostanza del contendere: da una parte, i fautori del libero scambio, mobilitati negli USA e nell’UE, per competere con i nuovi Paesi emergenti grazie al minor numero possibile di regole, meglio se uniformi; dall’altra, numerose organizzazioni della società civile, e tra queste i sindacati e le Chiese, preoccupate per la difesa dei consumatori da rischi sanitari e per le tutele sociali dei lavoratori, già erose dalla crisi economica, e per la salvaguardia dell’ambiente.

Dirà qualcuno che accordi di questo genere sono stati in passato numerosi, senza suscitare allarmi eccessivi. Vero: da una parte perché l’opinione pubblica era meno avvertita circa i problemi sollevati e, dall’altra, perché gli accordi del passato si limitavano ad ampliare le quantità di beni e servizi scambiabili, ma non comportavano intese sulle regole da applicare alla produzione di beni e servizi, come è il caso del TTIP. Una novità che mette in discussione culture e comportamenti di società diverse tra di loro, che rischiano ora di essere omologate, molto probabilmente abbassando molti degli standard di sicurezza e il livello dei diritti.

Sono preoccupazioni fondate, sia che si tratti della carne agli ormoni di origine USA o di auto inquinanti provenienti dall’Europa (il caso Volkswagen parla da sé e forse non è un caso che sia scoppiato proprio adesso), il che spiega che su entrambe le sponde dell’Atlantico, anche se di più da parte europea, si muovano crescenti contestazioni al Trattato.

Troppo frettoloso liquidare queste contestazioni con l’accusa che nascono dalla paura del cambiamento; né convince più di tanto far balenare mirabolanti prospettive di crescita e di occupazione che, quand’anche ci fossero, nulla garantisce che si distribuiscano equamente nei vari Paesi e settori interessati al libero scambio.

Ritorna anche qui il tema dibattuto delle regole per il mercato: sfida già difficile all’interno dei singoli Paesi, figuriamoci tra società e culture così diverse tra di loro e privi di organi giurisdizionali universali per dirimere gli inevitabili contenziosi, soprattutto in materia di investimenti.

Ma globalizzazione non può essere sinonimo di giungla, dove scorrazzano animali predatori e tanto peggio per chi non ha la forza per difendersi, visto che scappare da questo mondo non si può.

Questa nostra casa comune assomiglia sempre di più a un condominio, bisognoso di regole e anche di un’assemblea dove confrontarsi e manifestare i propri disaccordi, soprattutto se si tratta di un accordo che può mettere a rischio i diritti e, con essi, la democrazia.

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