Ue 2006: un’annata modesta

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Fine anno, inevitabile tempo di bilanci. Non sfugge al rito l’Unione europea le cui vicende abbiamo seguito passo a passo su queste pagine nel corso dell’anno a volte lamentando le lentezze, a volte segnalando qua e là   qualche fremito di vita, più raramente rallegrandoci per importanti risultati raggiunti.
Delineare un bilancio adesso, all’indomani del Consiglio europeo di dicembre a Bruxelles che ha in pratica concluso il semestre di presidenza finlandese, è un po’ come ripercorrere quelle diverse valutazioni e provare a tirare le somme. Cominciando dal fondo viene da dire che poteva andare peggio, anche se molti di noi avrebbero sperato meglio. Il 2006 non era infatti cominciato granchà© bene: era – e resta – aperta la ferita al processo di integrazione inferta dal «no» francese e olandese alla ratifica del Trattato costituzionale ed erano ancora ben visibili le cicatrici lasciate dal penoso negoziato sulle prospettive finanziarie 2007-2013 che si era trascinato lungo tutto il 2005. In quel clima non potà© far molto la presidenza austriaca durante il primo semestre e così quella che avrebbe dovuto essere una pausa di riflessione e di rilancio fu una pausa, punto e basta.
Alla presidenza finlandese toccಠa luglio riprendere il testimone proprio nel momento del drammatico conflitto israelo-libanese quando, dopo qualche esitazione, l’Unione europea riuscì in un’impresa che, visti i chiari di luna di questa stagione e l’assenza di una politica estera comune, ebbe del miracoloso. All’unanimità   i Venticinque dettero un seguito concreto alla Risoluzione 1701 dell’ONU che creava una forza multinazionale di pace nell’area del conflitto.
Rilevante fu in quell’occasione il ruolo dell’Italia, da poco tornata ad essere ascoltata nelle sedi internazionali e alla ricerca di una difficile credibilità   da riconquistare.
Intanto, perà², altri fronti caldi per l’Unione europea registravano stanche guerre di posizione o furbizie tattiche poco lungimiranti. Fu il caso, tra gli altri, di temi come quelli dell’energia, dell’immigrazione e del rilancio del processo di ratifica costituzionale. Non che su quest’ultimo punto qualche progresso non ci sia stato: oggi, a fronte dei due soli «no» ricordati sopra, sono diciotto i Paesi che hanno ratificato il Trattato costituzionale, con il risultato che questo è stato approvato da una grande maggioranza di Paesi membri che rappresentano a loro volta una larga maggioranza di cittadini europei. Ma sono numeri che non bastano, visto che per entrare in vigore un simile Trattato deve godere di una ratifica unanime. Sull’energia qualcosa si è mosso in vista di politiche condivise nell’attesa che questa diventi oggetto di una politica comune (e pensare che con il Trattato costituzionale si sarebbe progredito significativamente in questa direzione!). Nel frattempo tutti, Italia compresa, cercano affannosamente di assicurarsi approvvigionamenti al miglior prezzo possibile che tutti sanno essere più esoso se si continua procedere in ordine sparso. Lo stesso ordine in cui si continua a procedere in materia di immigrazione dove le pressioni particolarmente pesanti subite da alcuni Paesi del Sud, tra cui l’Italia, non inducono l’insieme dell’Unione europea a politiche comuni e a misure di solidarietà  . Ci hanno riprovato la settimana scorsa a Bruxelles i capi di Stato e di governo europei ma senza riuscire a sottrarre la materia alla forca caudina del voto all’unanimità  . E così la parola solidarietà   resta in Europa una parola vuota e se ne ha un’altra prova nelle vicende sempre più problematiche dei futuri allargamenti. Poco più di un anno fa l’Ue aveva aperto con coraggio i negoziati con Croazia e Turchia, ma le turbolenze del 2006 nell’area mediorientale e l’aggravarsi dei fondamentalismi, non solo religiosi ma anche politici, non hanno certo facilitato il compito dei negoziatori. A farne le spese da subito i Paesi balcanici che vedevano nel negoziato con la Croazia il primo passo verso un’adesione da realizzare in tempi ravvicinati, all’incirca verso la fine del decennio. Resta questo anche l’obiettivo perseguito dall’Italia che nel recente Consiglio europeo ha insistito perchà© venga accelerata anche la marcia della Serbia verso l’Ue e non è difficile capire il perchà© quando si ha in mente quanto resti pericolosamente instabile quella regione ai nostri immediati confini.
Sicuramente più complicata la vicenda del negoziato di adesione all’Ue della Turchia ed è qui in particolare che poteva andare peggio, tenuto conto della crescente ostilità   dell’opinione pubblica delle due parti a questo storico approdo.
Il Consiglio europeo ha fatto di tutto per temperare le tensioni, limitandosi a prendere atto delle decisioni adottate qualche giorno prima dai Ministri degli esteri dell’Ue: una parziale sospensione del negoziato per otto capitoli su trentacinque con la clausola che nessun capitolo sarà   chiuso fino a quando tutti non troveranno una conclusione definitiva. Una decisione non facile e certamente severa che non pregiudica una ripresa delle dinamiche di reciproco ravvicinamento. Su questi ed altri temi sensibili si aspetta l’iniziativa politica della nuova presidenza tedesca che prenderà   il timone dell’Ue a partire dal 1° gennaio prossimo.
Al Cancelliere tedesco Angela Merkel e all’Unione che deve guidare tanti auguri: ne hanno sicuramente bisogno.

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