Ucraina: guerra, tregua e pace

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L’aggressione russa all’Ucraina ha provocato, con un diluvio di bombe, anche un diluvio di parole: una buona ragione per cercare di mettervi un po’ d’ordine, almeno sulle tre più ricorrenti: guerra, tregua e pace. Proviamo a farlo con l’aiuto del vocabolario Treccani. 

Della “guerra” dice trattarsi di “un conflitto aperto e dichiarato fra due o più Stati, o fra gruppi organizzati, etnici, religiosi, politici, nella sua forma più cruenta, cioè il ricorso alle armi”. A parte la formale dichiarazione che apriva le guerre del passato, la definizione si addice alla guerra in Ucraina, anche per la molteplicità dei conflitti che vi si intrecciano.

Quanto alla “tregua”, nel vocabolario leggiamo: “Sospensione temporanea delle ostilità stabilita da due belligeranti  ed estesa a tutto il teatro di guerra, o a un solo settore, per raccogliere feriti, seppellire morti, prendere misure igieniche, chiedere ordini e istruzioni per agevolare trattative”: una descrizione pertinente non solo con la vicenda ucraina, ma anche per i conflitti in molte altre parti del mondo.

Infine la “pace”: “Condizione di normalità di rapporti, di assenza di guerre e conflitti, sia all’interno di un popolo, di uno Stato, di gruppi organizzati, etnici, sociali, religiosi, ecc., sia all’esterno, con altri popoli, altri Stati, altri gruppi”. Tradotto: un orizzonte sul quale si stagliano molte turbolenze al punto di chiedersi se la pace sia mai esistita o se possa esistere.

In occasione del conflitto in Ucraina si parla in questi giorni di “guerra infinita” e di “pace finita”, al punto che l’obiettivo massimo perseguibile in Europa sembra essere quello di una “tregua duratura”, se va bene come quella che abbiamo vissuto nell’Unione Europea – che non coincide con l’Europa – dopo la Seconda guerra mondiale e che con troppa leggerezza abbiamo chiamato “pace”, solo perché in assenza di una “guerra guerreggiata”, senza dare troppa importanza ad altri conflitti di varia natura non militare.

Della parola “pace” abbiamo usato e abusato: per celebrare i progressi realizzati nel corso di oltre settant’anni del processo di integrazione europea, con l’illusione che la pace fosse ormai una conquista scontata e perenne, mentre si trattava solo di una lunga e fortunata tregua che l’Europa registrava per la prima volta nella sua storia millenaria.

Adesso l’invasione dell’Ucraina ha riaperto il “vaso di Pandora” con tutti i suoi veleni, segnali  di una “pace finita”, con turbolenze che si propagano in forme diverse ben al di là del continente europeo, saldandosi con molti altri conflitti in corso sul pianeta, la “Terza guerra mondiale a pezzetti” nelle parole di papa Francesco. 

Non è improprio allora parlare di “guerra infinita” e circoscrivere realisticamente le nostre speranze a una “tregua provvisoria” da perseguire con determinazione, prevalentemente con le armi della diplomazia e del dialogo, limitando al massimo le risposte militari, foriere di devastazioni e all’origine di fragili trattati di pace, come quelli sottoscritti dalle potenze vincitrici a conclusione delle due tragiche guerre mondiali del secolo scorso.

Purtroppo queste limitate speranze sono quanto resta a un’umanità nel cui DNA sembra prevalere la permanenza del male in lotta, troppo spesso vincente, contro il bene, l’egoismo contro la solidarietà, i nazionalismi contro il dialogo tra popoli e nazioni.

Il progetto di Unione Europea racconta di questa lotta: per non soccombere dovrà adesso essere rivisitato alla luce delle dolorose esperienze in corso e ritrovare il coraggio che fu dei nostri Padri fondatori, all’indomani di una guerra che pareva finita per promuovere una pace duratura se non infinita. 

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