Turchia: il voto dell’inquietudine

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C’era grande attesa per i risultati delle elezioni del 1° novembre scorso, e non solo in Turchia. Richiamati alle urne dopo solo cinque mesi, i cittadini turchi che si erano in un primo momento espressi in modo tale da ridurre il peso della maggioranza assoluta di cui godeva il partito del Presidente Erdogan, l’AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo, di orientamento islamico-conservatore) sono tornati sui loro passi, riconfermando una fiducia ininterrotta dal 2002. Dalle urne del nuovo scrutinio, caratterizzato da una forte affluenza, è uscita infatti una nuova maggioranza assoluta, un risultato che nemmeno i già rari e timidi sondaggi non avevano osato pronosticare.

La posta in gioco era di estrema importanza per il Presidente Erdogan, per il suo progetto politico di modifica della Costituzione, soprattutto nella prospettiva di trasformare il Paese in una Repubblica presidenziale e garantire una maggiore concentrazione di poteri nelle mani dello stesso Presidente. Ma i risultati emersi nello scrutinio di giugno e l’entrata in scena e in Parlamento di una nuova e giovane forza composta da progressisti turchi e rappresentanti della minoranza curda, il Partito Hdp (Partito democratico popolare) hanno rischiato di mandare in fumo il disegno di Erdogan e di porre un freno alla sua sempre più concreta deriva dittatoriale. Un risultato inaccettabile per il “Sultano”.

Dal giorno di quella “sconfitta” si è così messa in moto, quasi come una macchina da guerra, una vera e propria strategia di ricupero di quella irrinunciabile maggioranza assoluta. Una strategia politicamente mal dissimulata, imperniata soprattutto sul non rispetto delle regole della democrazia, richieste per la formazione di un governo di coalizione, basato sui risultati dello scrutinio di giugno. Una coalizione che ovviamente non è mai nata e che, fin dai primi e dubbiosi tentativi fatti, annunciava già nuove e inquietanti elezioni.

Cosa fatta il 1° novembre. E tra giugno e novembre molte sono le cose successe sulla scena politica turca, sia interna che esterna. A cominciare dagli attentati, in particolare quello avvenuto durante una manifestazione per la pace ad Ankara, che ha fatto più di un centinaio di vittime, spargendo dubbi e incertezze sull’identità degli attentatori e mettendo in moto un periodo di turbolenze senza precedenti nella storia recente del Paese. Inoltre, sul crinale fra politica interna e contesto mediorientale letteralmente in fiamme, caratterizzato dalla guerra in Siria e dalla lotta contro il sedicente Stato islamico, Daesh, la Turchia ha rimesso in moto quell’antico conflitto con i curdi e in particolare con il PKK, (Partito dei lavoratori del Kurdistan) bloccando, si spera non definitivamente, quel fragile processo di pace iniziato nel 2013.

A luglio il Presidente Erdogan apre così un nuovo fronte di guerra all’interno del già infuocato contesto mediorientale. Non solo, ma per legittimare agli occhi della comunità internazionale il suo intervento contro i curdi, accusati di terrorismo, Erdogan non esita a uscire dalla lunga ambiguità della sua politica nella lotta contro Daesh e, con altrettanta ambiguità, affianca la Turchia alla coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti.

Alla vigilia del secondo voto di novembre, la Turchia era entrata quindi in un pericoloso periodo di instabilità politica, segnato inoltre, all’interno, da vere e proprie minacce all’indipendenza della giustizia, da attacchi e bavagli alla libertà di stampa, di espressione, di manifestazioni e di opposizione. Una brutta e inquietante deriva, che ha certamente giocato sulla paura e sul sentimento di insicurezza di parte dei cittadini elettori. Una deriva che allontana sempre più il Paese dalla democrazia, dal rispetto dei diritti fondamentali e che privilegia il ricorso alle armi ad una politica del dialogo nei confronti dell’importante minoranza curda.

Ma è una deriva che pesa enormemente anche sul ruolo che la Turchia potrebbe avere nel contesto di una soluzione alla guerra in Siria, contro il terrorismo di Daesh e nella costruzione di un nuovo equilibrio politico regionale e internazionale. Un ruolo che si profila all’orizzonte di grande importanza anche per l’Unione Europea, non solo per quanto riguarda la posizione geostrategica del Paese, la sua appartenenza alla NATO, ma soprattutto ora per quanto riguarda la gestione del problema dei flussi migratori, una delle sfide più grandi per il futuro stesso dell’Europa.

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