Turbolenze e prospettive dopo i due NO alla Costituzione Ue

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Adesso che un secondo NO alla Costituzione europea è rimbombato alto e forte, viene il tempo di una prima riflessione sulle turbolenze che vive l’Europa di oggi e sulle prospettive che si aprono per l’Europa di domani.

Le turbolenze nell’Europa di oggi
L’esito negativo dei referendum francese ed olandese ha, nel giro di pochi giorni, oscurato le ratifiche già   decise da altri dieci Paesi dell’Unione. Tra queste, le ratifiche di due altri Paesi fondatori (Italia e Germania), mentre è imminente il sì del Belgio e il referendum lussemburghese che conclude il processo di ratifica dei sei Paesi fondatori dell’UE e quella della Spagna, uscita vittoriosa da un referendum popolare.
Come si vede, un quadro complesso e incompiuto (ancora debbono pronunciarsi tredici Paesi, e tra questi la Gran Bretagna che ha colto al volo l’occasione per congelare il suo referendum), reso più difficile da interpretare viste le contraddizioni contenute nei due NO pronunciati i giorni scorsi.
E tuttavia alcuni messaggi chiari arrivano all’Europa, oltre a quelli anche più numerosi e più pesanti inviati ai due Governi interessati. Innanzitutto il crescente rifiuto di un’Europa costruita senza la partecipazione attiva dei suoi cittadini. Una critica severa alle Istituzioni – nazionali e comunitarie – che hanno elaborato una Costituzione senza coinvolgere sufficientemente i popoli d’Europa, se non all’ultimo momento – e alcuni Paesi soltanto – con un referendum azzardato e non preparato da un’adeguata informazione. L’Europa del futuro per rinascere e crescere avrà   bisogno di una più forte dose di democrazia partecipativa e di una «pedagogia» di lungo periodo, che non rifugga da un costante e umile lavoro di alfabetizzazione sulla complesse realtà   europee.
Meno chiari i messaggi che il NO invia sui contenuti del progetto europeo. C’è chi lo contrasta per difendere la sovranità   dello Stato-nazione, chi è scontento delle sue «performances» economiche, specie in materia di occupazione e chi ne denuncia una deriva ultra-liberale che ne distruggerebbe la dimensione sociale a fronte di una globalizzazione senza regole e senza solidarietà  . Posizioni tra loro contraddittorie ma subito all’origine di turbolenze preoccupanti: dal rifiuto dello «straniero», fosse anche polacco, all’indebolimento dell’Europa e dell’euro nella competizione internazionale fino al rilancio di politiche liberiste non ostacolate da regole comuni e condotte fuori da una disciplina europea che preludono a tensioni crescenti tra i Paesi dell’Unione e ad ancora più gravi conflitti con il resto del mondo. Senza dimenticare la spinta del tutto irrazionale verso non sopiti nazionalismi che in Europa (la vicenda della ex-Jugoslavia è insegnamento recente) hanno provocato in passato immani tragedie. Non è eccessivo temere che la pace – obiettivo primario dell’avventura europea – sia oggi in Europa, dopo la rottura di razionalità   che si sta diffondendo, meno solida e più fragile ancora la prospettiva di pace nel mondo.
Quali prospettive per l’Europa di domani
I sostenitori del NO a sinistra, in Francia ma anche in Italia, ci hanno spiegato che il rifiuto della Costituzione avrebbe aperto in Europa una «crisi salutare». Adesso di sicuro nella crisi ci siamo fino al collo e le turbolenze appena accennate lo testimoniano. Ma perchà© una crisi sia anche «salutare» è necessario che apra prospettive in positivo. Oggi è difficile dire quali possano essere, su quali alleanze possano contare e quando siano in grado di realizzarsi.
Escluso che il Trattato costituzionale possa essere rinegoziato – almeno in tempi brevi, viste le maggioranze politiche che sono al governo nei Paesi dell’Unione – ci toccherà   convivere con il Trattato di Nizza, probabilmente il peggiore nella storia dell’Unione. Quello, tra l’altro, che non conferisce alcun valore vincolante alla Carta dei diritti, proprio come la Gran Bretagna di Blair voleva e con essa i fautori di un’Europa più liberale.
E intanto subito, fra qualche giorno, la prima prova della rottura di solidarietà   nell’Unione è pronta a manifestarsi a proposito del pacchetto di risorse finanziarie da affidare all’Unione e alle sua politiche per gli anni dal 2007 al 2013. Decisione attesa per il Consiglio europeo del 16 e 17 giugno prossimo e che rischiamo di attendere per qualche tempo con una revisione del bilancio al ribasso rispetto alla proposta della Commissione.
Dal Consiglio europeo di metà   giugno comprenderemo qualcosa di quello che ci aspetta: un aggravamento delle divisioni tra i Venticinque, una più grande incapacità   a parlare ad una voce sola sulla scena del mondo, finita la speranza -peraltro fragile – di un seggio dell’UE nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU e quella di un ruolo pacificatore nei conflitti governati – si fa per dire – dagli USA. E senza contare l’esito prevedibilmente infelice di un riequilibrio europeo in seno alla NATO.
Seguirà   con tutta probabilità   un lungo periodo di demoralizzazione che accompagnerà   quello che resta del processo di ratifica e ci vorrà   del tempo, molto tempo (alla Comunità   a Sei ci vollero tre anni per riprendersi dalla crisi innescata dal fallimento della Comunità   europea della difesa nel 1954: figuriamoci adesso nell’Unione a Venticinque).
E chi ha a cuore il futuro dell’Unione verso chi puಠguardare con qualche speranza? Verso le Istituzioni europee uscite malconce dalla vicenda costituzionale? Forse il Consiglio europeo, luogo dei più aspri conflitti tra le sovranità   e gli interessi di ciascuno Stato membro e che dovrà   nei prossimi sei mesi fare i conti con la Presidenza di Blair? La Commissione da tempo in perdita di autorevolezza e priva di una legittimità   popolare diretta? Allora, ci rincuora qualcuno, il Parlamento europeo, unica Istituzione comunitaria a detenere un tale legittimità  ? Significa dimenticare i modesti poteri di cui è dotato ( e che finalmente la Costituzione avrebbe rafforzato significativamente!), la sua maggioranza di centro-destra dove siedono i conservatori inglesi e buona parte dell’attuale maggioranza di governo italiana e fingere di ignorare che la sua legittimità   politica riposa su una partecipazione al voto, nelle ultime elezioni europee, inferiore al 50%.
E da quale altra parte guardare allora? Verso i Paesi fondatori con due di loro vittime del NO, la Germania alla vigilia di elezioni difficili, l’Italia di Berlusconi,con il suo corteo di ministri leghisti, priva di alcun credito in Europa, il Belgio alle prese con le sue eterne guerre linguistico-comunitarie? Dei Paesi fondatori resta il Lussemburgo, ma anche per rilanciare l’Unione ci vuole il fisico, senza contare che non ha ancora superato il referendum previsto a luglio.
Escluso che si possa aver ricorso – e che sia opportuno farlo – ad altre autorità  , morali o religiose, più preoccupate delle radici e del passato dell’Europa che del futuro multiculturale dell’Unione, a che santo raccomandarci?
Qualcuno sussurra timidamente che in Europa è viva la società   civile (ne sarebbe prova l’efficacia con la quale una parte di essa ha sostenuto il NO) e che forse è venuto il suo momento. Pericoloso farsi illusioni quando si guarda al ruolo svolto nel tempo – compreso durante l’elaborazione della Costituzione -nella costruzione dell’Europa, se si esclude l’impegno forte di grande parte del movimento sindacale europeo. Frammentata al suo interno, spesso discontinua nella sua azione e poco impegnata a proporre e rivendicare migliori politiche europee, la società   civile ha davanti a sà© una lunga strada in salita. Sempre supposto che conosca la strada e abbia la voglia e la forza di pedalare.
Nessuna speranza allora? Sì invece, una enorme: la convinzione che, tornando la ragione a prevalere sulle spinte irrazionali, si farà   strada tra i popoli d’Europa, che in questa difficile e pericolosa stagione della storia, in questo mondo globalizzato e squilibrato al progetto di un’Unione europea coesa politicamente e solidale socialmente non esiste alternativa. Certo resta da dire quale progetto, per chi e quando facendo tesoro delle vicende dolorose dell’Europa di oggi.
Chi ha detto NO, se è responsabile, non puಠaverlo fatto senza avere in mente un progetto alternativo praticabile e sostenuto da alleanze compatibili ed adeguate. Come democrazia vuole, spetta a loro tradurre i molti NO in un SI’ di proposta. E’ urgente adesso che tale proposta, se esiste, venga spiegato ai popoli d’Europa, impauriti dal presente e ancora inorriditi del nostro comune passato. Siamo in tanti adesso ad aspettare con fiducia. Tutti quelli che «indietro non tornano» e che al progetto di un’Europa, solidale al suo interno e verso il resto del mondo, non hanno nessuna intenzione di rinunciare.

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