Troppi rinvii nell’UE per decisioni urgenti

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In questi ultimi mesi è diventato difficile tenere il conto dei Vertici nell’Unione Europea. All’ordine del giorno c’erano, e restano, problemi in attesa di soluzioni urgenti, in particolare su due temi caldi: quello del salvataggio della Grecia dal fallimento finanziario e quello della gestione dell’emergenza migranti, oltre due altri punti che riemergono periodicamente: le sanzioni alla Russia in difesa dell’Ucraina e le proposte per un rafforzamento istituzionale dell’UE.

Cominciamo dal fondo con il rinnovo, al Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo nella riunione del 25-26 giugno, delle sanzioni alla Russia fino alla fine dell’anno, nell’attesa di vedere rispettato l’accordo di Minsk e la residua sovranità dell’Ucraina. Si tratta di misure che fanno male alla Russia, ma molto bene non fanno all’UE (e all’Italia) che dal Cremlino subisce pesanti ritorsioni, oltre a ricorrenti minacce militari, occasione per gli USA di dotare pericolosamente di armi pesanti il Paesi confinanti con la Russia, Paesi baltici e Polonia tra gli altri.

Sul tavolo del Consiglio europeo anche una proposta di rafforzamento politico, ma già anche istituzionale, della zona euro per cominciare, ma con ambizioni più ampie: da una parte per disincagliare dalla palude una complessa macchina istituzionale, bisognosa di una robusta manutenzione straordinaria e, dall’altra, per disinnescare in anticipo la mina dell’iniziativa britannica in occasione del referendum, disgiungendo partecipazione al mercato unico, per tutti i 28 Paesi UE, da una più ampia condivisione di una sovranità politica europea, con i 19 Paesi dell’eurozona che lo vorranno.

Al Vertice europeo anche la questione dell’accoglienza migranti, dopo l’indecoroso balletto su “quote sì quote no” e sul blocco delle frontiere, dove si sono particolarmente distinti alcuni Paesi, dalla Gran Bretagna alla Francia fino all’Ungheria: tutti insieme , anche se con modalità diverse, un gran brutta compagnia. Nelle condizioni attuali dei Trattati difficile andare oltre il tamponamento parziale di un’emergenza che ormai emergenza non è più, ma fenomeno strutturale, destinato ad aggravarsi nel tempo, anche se non ha ancora le proporzioni già in atto in altri continenti, come nel caso dell’Africa subsahariana. Il nodo da sciogliere è quello dell’Accordo di Dublino, negoziato malamente dal governo Berlusconi-Maroni e che oggi l’Italia deve lealmente applicare. Rivederne gli elementi richiederà tempo, soprattutto in una stagione politica avvelenata da populismi e xenofobia, come hanno ancora dimostrato le recenti elezioni in Danimarca.

Su tutto, però, prevale la ricerca di una soluzione per il contenzioso con la Grecia che ha visto schierati a battaglia, da gennaio di quest’anno, il nuovo governo di sinistra di Alexis Tsipras (con una protesi nazionalista) contro l’ex-Troika (Commissione, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale), ipocritamente ribattezzata “Gruppo di Bruxelles”, ma sempre gli stessi sono.

Il tentativo greco, in parte riuscito, è stato quello di spostare il negoziato dal livello tecnico, dove i conti non tornano, a quello politico dove non sempre due più due fa quattro. Questo spiega in parte il trascinarsi del negoziato, nel tentativo di farlo approdare al massimo livello dei Capi di Stato e di governo per una soluzione squisitamente politica. Rilevante in questa traiettoria il ruolo della Cancelliera tedesca, Angela Merkel, docilmente accompagnata da François Hollande e senza che venisse associato al cuore delle trattative Matteo Renzi. Nella vicenda greca, Angela Merkel ha confermato la sua vocazione di “Regina d’Europa”, tentando prima di far digerire prima ai suoi, non senza rischi elettorali, e poi agli altri Paesi una soluzione da mandare giù costi quel che costi.

Che si tratti di una soluzione duratura sono in pochi a crederlo. È stato lasciato sotto il tappeto il problema di fondo: l’impossibilità, di cui tutti sono consapevoli, da parte della Grecia di riuscire a restituire il suo debito. Nelle segrete stanze si è parlato sempre più frequentemente di “ristrutturazione” del debito greco: tradotto, si tratta di un suo alleggerimento, grazie anche al prolungamento di qualche decina d’anni dell’attuale vicina scadenza, almeno cinquant’anni, hanno suggerito i coraggiosi che ne hanno parlato.

Un record per i professionisti della politica del rinvio: chi vivrà vedrà.

 

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