Tre Paesi fondatori dell’UE alle urne

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Le botte sono state forti e hanno rischiato, con una rapida successione di colpi uno-due, di mandare al tappeto l’Unione Europea: prima con la secessione annunciata della Gran Bretagna e, poco dopo, con la successione di Trump a Obama, precipitando l’UE nell’incertezza e privandola di un Presidente USA amico.

Bruxelles, come da tradizione ormai, ha incassato senza trovare la forza di reagire, salvo con parole fuori misura di Jean-Claude Junker, presidente della Commissione europea, e quelle timide del polacco Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo.

Hanno provato a recuperare Angela Merkel, proponendo al futuro Presidente USA di cooperare nel rispetto dei valori europei, e anche gli elettori alle primarie del centro-destra in Francia, che hanno mandato subito fuori gioco l’ex-presidente Nicolas Sarkozy, brutta copia di Marie Le Pen e sedotto dalla demagogia di Trump, e hanno premiato due leader di centro-destra, François Fillon e Alain Juppé, che andranno al ballottaggio tra loro domenica prossima.

Notizie che fanno ben sperare per l’Europa, alla ricerca di governanti esperti nel guidarla fuori dalla palude in cui galleggia, nel tentativo di ricostruire un asse franco-tedesco cui l’UE deve molto della sua prima stagione di integrazione, molto meno in questi ultimi anni che hanno visto questo asse indebolirsi, come si è andato indebolendo il ruolo della Francia, ancora lontana dal disintossicarsi dalla sua tradizionale sindrome “sovranista” e muovere verso un’unione politica europea.

Nessun dubbio quindi che il futuro dell’UE dipenderà molto di più dal successo della nuova candidatura di Angela Merkel alla Cancelleria di Berlino che non dal futuro inquilino dell’Eliseo a Parigi, sempre nella speranza che non si chiami Marine Le Pen.

Angela Merkel ha annunciato domenica scorsa che punta a un quarto mandato di Cancelliera, eguagliando il record di Konrad Adenauer e del suo padrino politico Helmut Kohl, oggi non più tanto contento della sua scelta dalla quale sperava una Germania più europea.

Ma tant’è: molte cose sono cambiate dal primo mandato del 2005, l’UE si è allargata verso est, ha mancato l’appuntamento con il Progetto di Costituzione, è andata a sbattere contro una crisi straordinaria e sta rischiando di disintegrarsi tra Brexit, Trump e l’ondata nazional-populista che potrebbe già passare all’incasso il 4 dicembre, non solo in Italia ma anche nell’elezione presidenziale in Austria e quasi certamente nelle elezioni di primavera in Olanda e Francia.

E sono anche questi rischi che hanno motivato Angela Merkel a continuare a giocare nella difficile partita europea, oltre che in quella tedesca, con la chiara intenzione di diventarne ancora più protagonista di quanto già non sia.

Se il “patto repubblicano” in Francia, il maggio prossimo, riuscirà a fermare la destra eurofobica del  Front National di Marie Le Pen, Angela Merkel potrà contare su un partner francese esperto e  affidabile, anche se poco “europeista”.

Andrà anche meglio se un’analoga affidabilità  potesse venire dall’Italia e dal suo governo, oggi esposto alla prospettiva di nuove elezioni dopo il voto sulla riforma costituzionale del prossimo 4 dicembre e troppo nervoso nelle sue relazioni con Bruxelles, quando non infantile e simil-populista,  come nel caso della vicenda della bandiera non esposta nello studio di Matteo Renzi.

Per il nostro Paese sarebbe anche l’occasione per entrare nel gruppo di testa dei governi europei, dopo la sua ricomposizione in seguito all’uscita della Gran Bretagna dall’UE.

Non saranno di troppo questi tre Paesi fondatori della prima Comunità europea per rifondare l’Unione di oggi.

 

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