Tensioni a tutto campo in Medio Oriente

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Si prospettano giorni di alta tensione in Medio Oriente, dove importanti decisioni politiche provenienti dagli Stati Uniti rischiano di agitare ancor più le turbolenze in corso fino a portarle al rischio di una nuova guerra nella regione.

L’8 maggio, in anticipo di una settimana sul calendario previsto e in linea con le minacce brandite fin dalla sua campagna elettorale, il Presidente Trump ha deciso di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano, firmato nel 2015. Le ragioni di questo ritiro si basano sulla convinzione che si tratta di un “pessimo” accordo,  non rispettato dall’Iran sulla sospensione del suo programma nucleare. Sono tuttavia ragioni che contraddicono le conclusioni dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (AIEA) incaricata di eseguire regolari controlli al riguardo.

Oltre all’Arabia saudita, a sostenere incondizionatamente la decisione del Presidente Trump è stato Israele, impegnato da tempo in una crescente escalation militare con l’Iran, soprattutto in Siria, con l’obiettivo principale di contenere l’espansionismo iraniano nella regione. Queste tensioni crescono inoltre in un contesto regionale in cui la Russia è attore principale in Medio Oriente, soprattutto in Siria, accanto ad Iran e Turchia.

Non si possono oggi valutare pienamente tutte le ripercussioni sulla regione e, inevitabilmente, sulle future relazioni internazionali, visto il numero di attori coinvolti nei conflitti in corso e i loro interessi politici, economici e di sicurezza. Sta di fatto che la decisione del Presidente americano ha, in una sola mossa, gettato  il Medio Oriente in una nuova situazione di estrema turbolenza e stravolto, in un modo che non ha precedenti, i rapporti con gli alleati europei.

Incoraggianti al riguardo le dichiarazioni unanimi di rammarico dei leader europei, Federica Mogherini in testa, e della Russia, per la decisione di Trump, ma decisi  a tenere fede agli accordi sottoscritti con l’Iran. Rohani, con comprensibili difficoltà interne, ha annunciato che tenterà di rispettare l’accordo con gli altri firmatari, ma che è comunque pronto a riprendere il programma nucleare.  Una prospettiva che quell’accordo del 2015 voleva appunto evitare.

Ad aumentare le tensioni nella regione, giungono anche i risultati delle elezioni parlamentari in Libano che registrano una significativa avanzata del movimento sciita Hezbollah, grande alleato dell’Iran. Questi risultati rafforzeranno la posizione di Teheran sull’insieme dello scacchiere mediorientale, rendendo ancor più teso il rapporto non solo con Israele, ma anche col mondo sunnita e con gli Stati Uniti.

Un’altra decisione destabilizzante di Trump per il Medio Oriente, già presa nel dicembre scorso, si concretizzerà il 14 maggio prossimo con il trasferimento dell’Ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme, una data a dir poco simbolica perché celebra i 70 anni della proclamazione dello Stato di Israele. Lo spostamento dell’Ambasciata a Gerusalemme riconosce la città santa come capitale di Israele e rappresenta una prima fase della tuttora indefinita politica di Trump nei confronti del conflitto israelo-palestinese.

Una decisione che, a suo tempo, aveva già messo in difficoltà tutte le cancellerie occidentali e giustamente provocato ira e risentimenti da parte del popolo palestinese il quale, con questa mossa degli Stati Uniti, vedeva allontanarsi e probabilmente sfumare definitivamente quel processo di pace che prevedeva la creazione di due Stati, con Gerusalemme est capitale della Palestina.

Anche le conseguenze di una tale decisione peseranno senz’altro sulla pace, la stabilità e la sicurezza nella regione. Assistiamo già da alcune settimane a questa parte alle manifestazioni del venerdì del popolo di Gaza alla frontiera con Israele, manifestazioni che hanno già provocato, per mano dell’esercito israeliano, più di quaranta morti e migliaia di feriti. I Palestinesi sono decisi ad andare avanti nelle loro proteste, almeno fino al 15 maggio, data che commemora la Nakba, la catastrofe che ha portato, nel 1948, all’esodo di migliaia di persone.

Queste le sfide del prossimo futuro in Medio Oriente, sfide che lasciano tutta la comunità internazionale con il fiato sospeso e con tanta preoccupazione per la pace e la stabilità.

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