Non è la fine dell’Unione Europea, solo una trasformazione di quella fatta di Ventisette Paesi aggregatisi nel corso del tempo, senza riuscire a trovare la coesione politica che i nuovi tempi richiedono. E così è venuto il momento di riaprire il cantiere della riunificazione continentale facendo tesoro sull’esperienza passata, successi ed errori compresi, alla ricerca di un nuovo assetto istituzionale e politico che risponda alla frammentazione dell’Occidente e alle nuove sfide che incombono.
Circola l’idea di ricominciare da sei, come da sei si era partiti agli inizi degli anni ‘50, anche se i nomi sono solo in parte gli stessi. Lo si ricava dall’iniziativa presa dalla Germania di rafforzare il coordinamento tra sei Paesi di più forte rilevanza economica nell’attuale Unione Europea, con Germania, Francia, Italia, Spagna, Polonia e Paesi Bassi. Due Paesi fondatori, Belgio e Lussemburgo, lascerebbero il posto a due più recenti ingressi nell’UE: uno a sud, la Spagna, e uno a nord, la Polonia. Due Paesi non solo distanti geograficamente ma anche politicamente, in particolare sul versante delle relazioni transatlantiche: molto critico il primo, ancora fiducioso il secondo.
Questa geometria variabile a sei non è la sola sulla quale si sta lavorando, ma vista la sua composizione non va sottovalutata, per alcune buone ragioni. Una risiede nella prospettiva di continuità delle “relazioni speciali” intrattenute tradizionalmente dal motore franco-tedesco tenendo in gioco, finché possibile, l’Italia della “contorsionista” Giorgia Meloni; un’altra, per il complemento di tre altri Paesi a vocazione europeista, come i Paesi Bassi fondatori UE, la Spagna con la sua particolare sensibilità nella politica internazionale e la Polonia, un Paese aggrappato all’Europa anche perché molto esposto per i suoi confini con Ucraina e Russia. Senza dimenticare che tutti questi Paesi, senza una convinta partecipazione italiana, stanno da tempo facendo le loro prove di intesa nella “coalizione dei volenterosi” a sostegno dell’Ucraina, insieme in particolare con il Regno Unito.
Pronosticare questo gruppo di sei Paesi più uno, quando riattraverserà la Manica, come il nucleo duro di una futura Unione Europea è sicuramente prematuro, ma non del tutto azzardato. Anche perché riprende una proposta del 1994 mai scomparsa di Karl Lammers, importante esponente della CDU tedesca, di un “nocciolo duro” europeo del quale non faceva però parte l’Italia.
Nel clima politico attuale, con la prospettiva di avviare “cooperazioni rafforzate” per accelerare il processo di decisione, questo gruppo potrebbe di volta in volta aggregare altri Paesi UE per raggiungere la soglia minima richiesta di nove Paesi, ma già anche assicurare una base solida per costruire decisioni a maggioranza qualificata su importanti iniziative comunitarie.
Più avanti nel tempo, in particolare convergendo verso una politica comune di sicurezza e difesa, i sei potrebbero non avere troppa difficoltà ad aggregare anche la seconda potenza nucleare europea, il Regno Unito, e attorno a questo “nocciolo duro” allargato delineare una Comunità a più velocità, ancorandola a una politica fondamentale per la futura UE, come la difesa, e associare “chi ci sta”, in attesa che chi è rimasto fuori possa aggregarsi. Un po’ come è avvenuto nel caso della moneta unica, già allora un progressivo trasferimento di sovranità, oggi non più sufficiente.
Restano nell’aria due interrogativi: se il nucleo duro si orienterà verso una dinamica federale o intergovernativa e che ne sarà della sorte futura dell’Italia, in questa traiettoria ad alto rischio di esclusione, se resta “amica” del predatore americano, come sembra ancora il caso dopo le dichiarazioni della Meloni, in risposta alle posizioni chiare del Cancelliere Merz sulla crisi delle relazioni transatlantiche alla recente Conferenza sulla sicurezza di Monaco.













