Schengen: prove di Europe a più velocità

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Prima o poi i nodi vengono al pettine e non fanno eccezione le politiche – o le mancate politiche – europee.

Sono anni che incombe il problema irrisolto di una politica migratoria comune nell’UE ed è del 1994 la proposta di lavorare a un’Europa a più velocità, formulata da un certo Wolfgang Schauble, insieme con Karl Lammers, interpreti autorevoli della politica tedesca.

Adesso le due problematiche si stanno intrecciando, la prima offrendo alla seconda l’occasione di rilanciare il progetto della “Kerneuropa”, quella limitata alla formazione di un “nocciolo duro” tra i Paesi aderenti all’UE. Allora la proposta prendeva spunto dalle preoccupazioni tedesche in vista della realizzazione dell’unione monetaria e della moneta unica, avviata dal Trattato di Maastricht del 1992.

Il dibattito di quegli anni in Europa verteva sulla capacità di alcuni Paesi – e tra essi l’Italia – di rispettare i parametri fissati dal Trattato, condizione per l’ingresso nell’euro. Racconteranno gli storici le tensioni generate da quel confronto, a tratti duro, che si risolse in favore dell’Italia, grazie alla credibilità di governanti di allora, come Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi.

Lo scenario di oggi, a vent’anni di distanza, è cambiato ma nemmeno troppo. Con l’ingresso nel 2001 della Grecia nell’euro, le preoccupazioni tedesche sono tornate più forti, come si è visto chiaramente nel corso della grave crisi finanziaria dello scorso anno, lungi da essere risolta oggi. Se a questo si aggiunge la difficoltà del governo greco a far fronte agli sbarchi di migranti e profughi, debolezza addebitata anche all’Italia, non stupisce che l’altro giorno quello stesso Schauble, oggi potente ministro delle finanze in forte ascesa, abbia riproposto quell’ipotesi sempre meno remota.

Vengono in soccorso a questo progetto anche la necessità di trovare una quadra ai rapporti con la Turchia per ottenere il contenimento dei flussi migratori verso la Germania e al rifiuto della Gran Bretagna di proseguire verso un’Unione politica, bastandole i vantaggi del grande mercato unico a 28.

Stando così le cose, l’interrogativo che ne deriva è semplice da formulare, più incerta la risposta: quali saranno le condizioni per accedere a questo “nucleo duro” d’Europa e chi potrà farne parte?

Una prospettiva particolarmente delicata per l’Italia, che molti indicatori, dal debito pubblico al controllo delle frontiere, potrebbero farla assimilare alla Grecia, prima nella lista dei possibili esclusi, come appare chiaramente dalla deriva di Schengen, da cui la Grecia sarebbe sospesa, come si minacciò l’anno scorso di sospenderla dall’euro.

Certo l’Italia ha ben altra forza contrattuale nell’UE, al confronto con la Grecia: è uno dei Paesi fondatori della Comunità europea, ha una popolazione equivalente a Francia e Gran Bretagna, dell’UE è il secondo Paesi manifatturiero con un prodotto interno lordo di tutto rispetto e con un forte interscambio commerciale con la Germania, senza contare la sua posizione geostrategica nel cuore di un Mediterraneo in tempesta.

Qualcosa di questi argomenti è probabile sia emerso, direttamente o indirettamente, nell’incontro della settimana scorsa tra Matteo Renzi e Angela Merkel, nel rispetto della regola che “quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare”. Bene ha fatto Renzi a Berlino a difendere Schengen e bene ha fatto a recarsi in visita l’indomani a Ventotene per cercare conforto nelle lotte di Altiero Spinelli nella sua battaglia oggi per l’Europa.

La partita si annuncia difficile, perderla significherebbe essere spinti ai margini dell’Europa di domani, già essa stessa pericolosamente oggi ai margini del mondo.

 

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