“Quer pasticciaccio brutto” di Downing Street

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Fosse ancora tra noi Carlo Emilio Gadda, autore nel 1957 di un classico della letteratura italiana del secolo scorso, si divertirebbe a modificare di volta in volta il finale del suo racconto, individuando nuovi responsabili di quel delitto, allora in via Merulana a Roma, oggi a Downing street 10 a Londra, vittima il Regno Unito, sempre sperando che si metta in salvo l’Unione Europea.

Il riferimento, nemmeno tanto velato, è alla vicenda infinita di Brexit, cominciata tre anni fa con l’azzardo di un referendum irresponsabile lanciato da un certo David Cameron per rafforzarsi all’interno del partito conservatore e conclusosi col suo suicidio politico quel 23 giugno 2016.

Prese la successione Theresa May, aspettò nove mesi e avviò con orgoglio un’inedita procedura di divorzio dall’Unione Europea. Anche lei provò a rafforzarsi nel partito conservatore indicendo elezioni anticipate, di nuovo in un giugno, quello del 2017, mese che non sembra portar bene e che a lei fece perdere la maggioranza dei conservatori a Westminster, obbligandola ad una alleanza con gli unionisti dell’Irlanda del Nord che avrebbe in seguito pagato molto cara.

Due anni interi è durato il negoziato che avrebbe dovuto concludersi con un accordo entro il 29 marzo scorso. Non è andata così e Theresa May ha dovuto umiliarsi a chiedere una proroga che probabilmente servirà a poco e rischia di portare al voto europeo di maggio il Regno Unito, la cui uscita dall’UE è stata fissata al più tardi per il prossimo 31 ottobre: sarà un caso, ma proprio in coincidenza con la “notte dei morti viventi” di Halloween.

Difficile immaginare un pasticcio più pasticcio di questo. Con una progressione man mano che il tempo passa: finora il caos era cresciuto, ma anche era stato contenuto, all’interno del mondo politico britannico, adesso rischia di contagiare anche i Ventisette Paesi UE, finora tra loro miracolosamente compatti.

Se ne è avuto un segnale chiaro nel Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo del 10 aprile che ha registrato una crepa nella coppia Merkel-Macron, con la Cancelliera disponibile a far prova di comprensione e pazienza con Theresa May e con Macron orientato a mettere rapidamente fine a questa saga infinita, anche a costo di una separazione senza accordo dal Regno Unito.

Su entrambi i fronti hanno giocato le visioni e gli interessi divergenti del grippato motore franco-tedesco e, nel caso di Macron, calcoli elettorali che non hanno prevalso nella più indulgente Merkel, nonostante il rischio di far perdere voti al Partito popolare europeo in favore dei socialisti. Una situazione intricata che non ha per ora rotto l’intesa tra i Ventisette, ma potrebbe metterla a rischio se il “pasticciaccio” in corso dovesse ancora durare e complicarsi.

Resta che la vicenda di Brexit ha già sottratto molto tempo e energie all’UE, con gravi conseguenze per l’economia britannica e seri rischi politici e istituzionali per l’UE in occasione dei ricambi dei Vertici UE (Commissione, Consiglio europeo e Banca Centrale) nel prossimo semestre, se al Parlamento europeo dovessero ancora sedere i rappresentanti britannici. Si complica anche il futuro quadro politico, che potrebbe raffreddare il consenso per i movimenti populisti, usciti ammaccati dalla lezione di Brexit.

Ne è una prova anche il dibattito politico italiano, dove i nazional-populisti nostrani hanno abbassato i toni aggressivi verso l’UE e hanno sotterrato l’ascia di guerra del piano B di uscita dall’euro, senza tuttavia riuscire a convincere i partner europei dell’Italia della loro affidabilità e senza ricavarsi un ruolo a Bruxelles. E non è certo con l’attuale “Documento di economia e finanza” (DEF) del governo che le quotazioni dell’Italia risaliranno nell’UE nei prossimi mesi, in particolare quando verrà il momento di affrontare la prova della futura legge di bilancio.

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