Quelle voci che mancheranno al Parlamento europeo

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La consultazione elettorale europea è giunta a compimento e presto tutti i 720 seggi del Parlamento saranno occupati dai rappresentanti dei popoli europei, protagonisti almeno per un giorno di uno straordinario esercizio di democrazia che, per numero di elettori, è secondo soltanto a quello delle recenti elezioni appena conclusesi in India. 

Tutto bene quindi? Nell’Unione Europea tutto regolare certamente, bene però non tanto.

Le valanghe di numeri diffusi in questi giorni, nascondono chi a quella valanga è rimasto sotto e non figura tra quanti sono legittimamente rappresentati a Strasburgo e sono tanti, la maggioranza di chi vive nell’Unione. Il calcolo dei dispersi può essere ripartito approssimativamente in tre gruppi di persone: quelli che non sono andati a votare, quelli che hanno votato senza aver trovato rappresentanza in Parlamento e quelli che non hanno potuto votare.

La prima categoria la si colloca nell’area vasta dell’astensione, quella che nelle due ultime consultazioni elettorali europee oscilla attorno al 50% degli aventi diritto al voto, con il risultato che un potenziale elettore su due non si è espresso. 

Nell’UE questa “media pesante” è distribuita a “macchia di leopardo”: si va dal quasi 90% di partecipazione al voto in Belgio (dove però il voto è obbligatorio) al 21% della Croazia, l’ultimo arrivato nell’UE, con pochi Paesi sopra il 60% (Germania, Lussemburgo e Malta) e molti sotto il 40%, come i Paesi baltici e altri Paesi entrati nell’UE dopo il 2004, ma anche il Portogallo. Gli altri, tra i quali l’Italia con il 49%, veleggiano, tra il 40% e il 50%, con un tradizionale differenziale positivo di una decina di punti in provincia di Cuneo. Numeri che fanno riflettere e raccontano di una democrazia rappresentativa europea non proprio in buona salute e fortemente frammentata al suo interno.

A questo esercito di elettori, che non hanno risposto all’appello, vanno aggiunti quelli che sono stati vittime delle soglie di sbarramento e non sono pochi. Qui, come spesso accade nell’UE, la situazione si fa complicata perché diverse sono le regole nei Paesi membri, alcuni senza soglia di sbarramento (come in Germania) e altri con soglie diverse, relativamente alte come nel caso della Francia (5%) e dell’Italia (4%). Se ci limitiamo a questi due Paesi, questa categoria di “dispersi” al Parlamento europeo rappresenta una percentuale consistente, approssimativamente attorno al 10% ciascuno: sommate in tutti i Paesi interessati queste voci che mancheranno a Strasburgo sono tante, indebolendone ulteriormente la rappresentanza democratica e la legittimità politica.

E infine sono tanti anche quei cittadini, da tempo residenti nell’UE, ma ancora privi della cittadinanza europea, perché non è stato loro consentito l’accesso alla cittadinanza nazionale, che non erano elettori, pur essendo tutti nostri concittadini nella vita quotidiana, con il diritto ad esprimersi liberamente, almeno in linea di principio.

Bastano queste poche pennellate per dipingere un quadro della nostra democrazia in chiaro-oscuro, con  diritti fondamentali chiaramente dichiarati, ma poi oscurati largamente nella pratica, per responsabilità diverse: da quella di chi quei diritti sceglie di non esercitarli, di chi li esercita senza poterli far valere e di chi esercitarli proprio non può.

Letta in questa ottica la festa democratica, vissuta con il voto dei giorni scorsi nell’UE, va fortemente temperata, ricavandone la lezione fondamentale: ci aspettano nei mesi e anni che verranno sfide non facili da affrontare nell’Unione e sbaglieremmo se non ritenessimo, tra quelle fondamentali e prioritarie, l’urgenza del rafforzamento della nostra vita democratica, oggi esposta a un  crescente rischio di logoramento.

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