Quando la storia non insegna nulla

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“La storia insegna che la storia non insegna nulla”: sono le parole di una saggezza antica e di calda attualità in questi nostri tempi inquieti.

Un avvertimento che torna in mente all’indomani di due eventi, tra loro senza alcun nesso apparente, e coincidenti solo temporalmente perché accaduti nello stesso giorno, lo scorso venerdì 6 dicembre.

Quel giorno è stata per la Cancelliera tedesca Angela Merkel la sua prima occasione di visitare il campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, come già avevano fatto molti anni prima i suoi predecessori Helmut Schmidt e Helmut Kohl.

Sono state importanti e coraggiose le sue parole in memoria di quella infinita tragedia e più ancora la citazione di Primo Levi: “E’ successo. Quindi può succedere ancora”, come a mettere in guardia dai rischi che corre ancora la Germania – e con essa l’Europa – con i risorgenti movimenti antisemiti e i rigurgiti neo-nazisti di questi ultimi tempi, cui la Cancelliera ha fatto riferimento denunciando i “pericoli del revisionismo storico”.

Nella stessa giornata un altro richiamo alla storia, quella che sembra non insegnare nulla, è venuto da Roma in occasione della presentazione del Rapporto annuale del Censis, che ha disegnato un’Italia incerta e impaurita al punto che il 48% dei suoi cittadini invocherebbero il ritorno di “un uomo forte” per risollevare questo Paese sempre più debole, non solo politicamente ed economicamente, ma anche per capacità di memoria.

Nello stesso giorno sono venuti da due Paesi importanti dell’Unione Europea, alle prese con memorie diverse e un’attualità per tanti versi simile, un allarme sul futuro delle nostre democrazie che da tempo danno crescenti segni di precaria salute senza che si vedano all’orizzonte terapie efficaci. E non confortano certo questa nostra Europa le derive di  “democrature” – significativo mix di “democrazie” in contrazione e dittature in dilatazione –  che appaiono all’orizzonte nel mondo dalla Russia all’India, dall’Egitto alla Turchia,  fino a lambire le democrazie europee, come testimoniano i casi di Polonia e Ungheria, due Paesi oggi sul banco degli accusati da parte delle Istituzioni dell’Unione Europea.

Tra queste smottamenti delle democrazie e al di là dell’invocazione per il nostro Paese dell’”uomo forte” – che a quanti avessero memoria farebbe pensare al rischio di un “ritorno” esiziale per l’Italia – il Rapporto del Censis intravvede per il nostro Paese qualche punto di resistenza: le chiama “piastre di sostegno… per frenare lo sgretolamento, per provare a ancorarsi e tentare un cambio di direzione”.

Una delle “piastre” citate è quella del 61,7% degli italiani “convinti che non si debba uscire dall’Unione Europea tornando alla piena sovranità nazionale”.

Chissà se si tratta degli stessi gli italiani informati che il 60,9% delle nostre esportazioni approdano nell’UE o di quel 66% che non si fida della patria Amministrazione, proprio all’opposto dei Paesi nordici i cui abitanti si fidano invece della loro con valori rovesciati: dal 67% dellla Germania fino all’80% del Lussemburgo?

Una fragile piastra che non basta a mitigare le preoccupazioni sul futuro della democrazia, ma l’indicazione di un punto di resistenza su cui fare perno per fermare una deriva andata anche troppo lontano e che è diventato urgente fermare.

Lo dobbiamo fare in Italia, con le forze sane che sembrano riemergere dagli smottamenti in corso, e insieme con l’Unione Europea impegnata – come sta scritto nel programma della nuova Commissione guidata da Ursula von der Leyen – a dare “un nuovo slancio per la democrazia europea”. E se non ora, quando?

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